mercoledì 13 luglio 2016

...E ANCORA UN' ISOLA: CRETA...

 
Creta è una terra che ti accoglie con gentilezza. Quella gentilezza è racchiusa innanzitutto nelle premure dei suoi abitanti verso i turisti italiani per i quali i greci sembrano provare autentica simpatia ed empatia. 
Quest’isola accontenta tutti i gusti. Basta percorrerla “coast to coast” per rendersi conto della straordinaria varietà di panorami e di suggestioni che essa può offrire.
Ci sono spiagge dorate, rosate, di ghiaia, rocciose; calette romantiche e scogliere selvagge.
Il menu vacanziero può prevedere relax sotto le palme, passeggiate lungomare o gite in aliscafo che ti portano, magari, ad approdare su un’isola disabitata e paradisiaca come quella di Chrissi oppure ad inerpicarti sulle rocce per scoprire quanto labile sia il confine tra cielo e mare.

Ho percorso l’isola in lungo e in largo, scoprendo, in particolare, un versante nord est ventilato e godibile e uno sud ovest, ventoso e selvaggio.
La prima tappa del mio viaggio è stato il villaggio di Elounda, a circa 10 km a nord del più famoso centro di Agios Nikolaos. È una località rinomata a livello mondiale, caratterizzato dalla presenza di numerosi resort e ville di lusso. A parte il contesto che potrebbe far immaginare situazioni eccessivamente patinate, Elounda è situata in una posizione di straordinaria bellezza: arrivandoci dall’alto si rimane estasiati di fronte alla baia di Mirabello dove sono racchiusi, come uno scrigno sul mare aperto, il pittoresco villaggio di Plaka e, sullo sfondo, l’isola di Spinalonga.

A Elounda veniamo accolti con gentilezza e professionalità da tutto lo staff dell’Ilion Hotel, pronto a dispensare consigli e chicche sui dintorni nonché a tifare per la nazionale italiana alla partita degli Europei che da lì a poco si sarebbe disputata.
A Plaka abbiamo vissuto il primo giorno di mare e nelle sue acque abbiamo fatto naufragare gli stress lavorativi del quotidiano che già sembrano molto lontano rispetto alla linea dell’orizzonte che ci trasmette pace e quella sensazione dolce e leggera di conquistata libertà.

Qui la spiaggia è di pietre lisce e bianche, l’acqua è cristallina e diventa quasi subito profonda. Si possono noleggiare lettini e ombrelloni e, come in numerose altre spiagge dell’isola, troverete sempre qualcuno pronto a portarvi un caffè freddo o un’altra bibita direttamente a bordo sdraio.

Per la pausa pranzo, vi consiglio di addentrarvi nel villaggio dei pescatori; qui troverete botteghe artigianali, localini e ristoranti che servono pesce fresco e piatti della tradizione greca a prezzi talmente competitivi che vi stupiranno. Non è raro che il gestore vi offra, a fine pasto, un dolcetto, della frutta o un assaggio del famoso raki (una sorta di grappa/acquavite che a Creta scorre a fiumi). A Plaka può succedere di incappare in panni…cioè in polpi appesi con le mollette o di pranzare sul ciglio del mare.

 

Oltre a Plaka, le altre spiagge della nostra prima parte del viaggio che vi segnalo sono: Istro, con la sua splendida spiaggia di sabbia bianca e il mare turchese con fondali digradanti e sabbiosi, ideali per nuotare, fare il bagno e per lunghe passeggiate sulla battigia.

Ammoudi, a solo 1 km a nord del centro di Agios Nicolaos, piccola spiaggia sabbiosa con acque poco profonde, attrezzata ma abbastanza affollata. Almiros, con sabbia dorata, litorale ampio e lungo, circondato da colline. Anche questa è una spiaggia attrezzata e organizzata con acque azzurre, limpide e fondali sabbiosi.

Se vi spostate verso Ierapetra, con appena un’ora di aliscafo potrete raggiungere un vero angolo di paradiso: l’isola di Chrissi. Lo scenario è caraibico: spiaggia bianca di sabbia finissima e frammenti di conchiglie, acque trasparenti, turchesi del Mar Libico e intorno dune di sabbia e  scorci di natura incontaminata. La parte centrale dell’isola ospita la più grande foresta di Cedri formatosi naturalmente in Europa..L’isola è abitata permanentemente soltanto da un anziano ultrasettantenne ed è dotata di due bar, uno per ciascun versante.


Dopo una certa ora, comunque, è d’obbligo prendere l’aliscafo per abbandonare l’isola al suo aspetto selvaggio e incontaminato.
Spostandoci a sud ovest, lo scenario cambia. I venti pure. E questi non girano decisamente in senso favorevole ai visitatori. Almeno in base alla mia esperienza.

Arrivati a Plakias, dopo aver affrontato il Canyon Courtaliotis e i venti avversi, giungiamo al Kalypso Resort. E’ una struttura incastonata tra gli scogli, davvero suggestiva, dotata di ogni comfort, ma purtroppo poco godibile a causa del Meltemi che ha deciso di soffiare quasi perennemente durante il nostro soggiorno.


E così nei cinque giorni di permanenza ci rassegniamo serenamente ad pendolarismo verso la costa nord occidentale: scopriamo, quindi, il vivace centro di Rethymno con le lunghe spiagge di sabbia dorata, il porto e un lungomare ricco di locali, negozi, alberghi, edifici moderni e case tradizionali, moschee e chiese bizantine e soprattutto il villaggio di Bali, situata in un ampio golfo, riparata dai venti, a metà strada da Rethymno e Heraklion, dotata di piccole spiagge che si formano all’interno di calette sabbiose con acque color smeraldo e scorci suggestivi.



Creta è uno di quei posti che ti fa capire di quante sfumature di azzurro può essere il mare e quanta gioia e meraviglia può donare al corpo e allo spirito la mera contemplazione della natura incontaminata.

Creta ha il colore azzurro delle sue acque e bianco delle sue costruzioni; ha il sapore delle olive e della feta sempre presenti nei suoi piatti tipici, il profumo delle piante che crescono selvatiche ai bordi delle sue strade e ha trasformato un semplice bicchiere di ice coffee in un rito da consumarsi in ogni dove e in ogni ora. Creta ha un fascino discreto, sobrio ed essenziale in alcuni casi (km e km di roccia rossastra e distese di ulivi e palme) e vivace e colorato in altri (cittadine come Agios Nikolaos e Ierapetra hanno tutte le caratteristiche tipiche dei grossi centri balneari senza però risultare eccessivamente turistiche).



In generale, Creta è economica per quanto riguarda i prezzi nei bar e ristoranti.

Quando l’aereo del ritorno si solleva dalla pista, ci si rende conto di quanto un luogo ti possa colpire al cuore proprio come avviene quando incontriamo qualcuno che ci fa innamorare; così come il desiderio di rivedere quanto prima quegli occhi, quel sorriso, ci agita da quel momento in poi i pensieri e il cuore, così da posti del genere vai via sapendo già che vorrai tornarci al più presto.

In ricordo dell’aroma di cannella di cui si fa largo uso nella cucina greca, vi propongo questi biscottini semplici veg con farina di riso aromatizzati, appunto, con la cannella.



Ingredienti:
125 g di farina di riso
35 g di malto di riso
20 g di olio di mais
50 ml di acqua tiepida
4,5 g di lievito per dolci
cannella (ne ho messa 1/2 cucchiaino, decidete in base ai vostri gusti)

Procedimento:
Unire la farina di riso, il lievito e la cannella. Mescolare l’olio con il malto e versarli nella farina, mescolare e aggiungere l’acqua tiepida. L’impasto risulterà morbido quindi per posizionare i biscotti sulla teglia aiutatevi con un cucchiaino con cui potrete versare l’impasto nelle apposite formine. Cuocete a 180° in forno già caldo per circa 15 min.


 


martedì 7 giugno 2016

...FAVIGNANA...


Lo sguardo si perde nel blu
Cronaca di un viaggio isolano. Volo Roma/Palermo. Transfert in pulmino fino a Trapani. Manca un’ora all’imbarco, giusto il tempo di recarsi alla rosticceria più buona di Trapani (a detta del simpatico autista che sicuramente confermo) e inauguriamo la scoperta dei sapori di Sicilia: un arancino allo scoglio e uno al nero di seppia. Nell’avvolgente panatura e nel cuore che sa di pesce e sa di mare è racchiusa la differenza tra il mangiare un cibo locale direttamente sul posto e tentarne l’approccio altrove. Non c’è paragone.
30 minuti di navigazione, giusto di tempo di vedere naufragare le preoccupazioni del quotidiano tra le onde del mare che battono forte sulle vetrate dell’aliscafo e arriviamo a Favignana. Isola selvaggia che ci coccola appena messi i piedi a terra. Ho letto recensioni entusiastiche su un certo caffè al pistacchio del Bar du Marinaru e non posso perdermi il collaudo.
Fantastico! Il bar del porto sa certamente come viziare i turisti e far iniziare alla grande il soggiorno sull’isola. Un bicchierino che è un trionfo di golosità: crema al pistacchio e caffè sapientemente dosati, da mescolare con cura e sorseggiare con calma e “senza zuccherare”, raccomanda il simpatico gestore del bar ad ogni cliente…golosità che ci fa arrivare ultimi al transfert diretto all’albergo. Ma come ricorda il barman del Marinaru “qua si deve entrare senza avere fretta e senza portare problemi”. Per un caffè del genere, ben si può correre il rischio di venire bacchettati da turisti frementi di arrivare al loro albergo. Viziarsi con piccole cose è parte stessa del sentirsi in vacanza. Quindi chiediamo scusa per l’attesa e via…si parte in direzione Hotel Favignana.
Hotel in posizione ideale: nel mezzo, tra il centro del paese e tutte le principali calette e lidi dell’isola.
In bicicletta e in scooter la percorriamo in lungo e in largo, attraversando leggeri le ali di questa isola a forma di farfalla. Un versante più morbido, più attrezzato e più popolato e l’altro più selvaggio, meno battuto, più solitario e anche più difficile da percorrere.
Lasciamo le nostre orme in posti molto diversi tra loro; ce n’è per tutti i gusti.
Tramonto al Lido Burrone
Cala Rossa
Cala Rossa

Cala Azzurra
Faro di Punta Sottile

Punta Longa

Sagra del cannolo siciliano
Lido Burrone con il suo lembo di spiaggia di sabbia dal quale godiamo il più bel tramonto; Cala Rossa con le scogliere affacciate sul mare dalle tonalità che sembrano rubate alla tavolozza di un pittore; Cala Azzurra con sabbia bianca, fondali bassi e che nulla ha da invidiare a certi scenari esotici; Bue Marino, per accedere al quale si percorre in bicicletta un sentiero nel mezzo della campagna favignanese.
E ancora Punta Sottile, con il faro a ingentilire lo scenario aspro e solitario; Punta Longa con le sue acque cristalline e i suoi angoli di natura incontaminata, così come Cala Rotonda e Cala Grande.
A sovrastare l’isola, il monte Santa Caterina, con il suo omonimo e imponente Castello. Oltre alle sue calette e ai suoi spazi sconfinati nel verde e nel silenzio, si caratterizza per le sue cave di tufo pregiato, per l’ex stabilimento della tonnara di Favignana e Formica (oggi adibito a museo, ben ristrutturato, con molte sale e suggestioni digitali, audio e video), il carcere di San Giacomo, il suo centro storico sempre vivo e brulicante di gente che si gode il passeggio e i sapori dell’isola (e della Sicilia in generale) nei vari locali e  ristoranti situati nei vicoli e soprattutto nelle due piazze principali, Piazza Europa e Piazza Matrice.
Degne di nota le pietanze più gettonate dell’isola: le busiate (un tipo di pasta lunga, acqua e farina, che ricorda vagamente un fusillo molto allungato) che vengono condite nei modi più disparati (allo scoglio, con pesto trapanese, con le sarde, il pesto di pistacchi o con ragù di pesce e, a volte, con l’aggiunta di muddica), il cous cous con il pesce, la caponata, il tonno in agrodolce con la cipolla e, tanto per non farsi mancare anche la dolcezza, i cannoli, cassatine e cassatelle a gogò. Nessun locale si fa mancare questo trittico.

Caponata
Busiate

Cin cin
E dopo aver deliziato gli occhi con i panorami marini, le braccia con le lunghe nuotate nel blu, le gambe con le pedalate verso la libertà, la pancia con le tante proposte culinarie, le orecchie con il tono suadente del dialetto siciliano, ogni sera portiamo il naso all’insù per far rilassare la mente in maniera assoluta: il cielo diventa un tappeto scuro dove le stelle sembrano essere state accese da un mago dell’illuminazione notturna, talmente se ne vedono tante, belle e luminose. Uno spettacolo precluso nelle grandi città, dove le luci artificiali e l’imponenza delle costruzioni non permettono di godere delle meraviglie del cielo notturno.  
L’atmosfera essenziale tipica delle isole riesce sempre ad inebriarmi e anche Favignana mi conquista, mi nutre l’anima, disseta la mia sete di natura e mi fa sentire libera, un po’ meno coi piedi per terra e un po’ di più con le ali sulla schiena. Libertà non è un concetto astratto. E’ uno sguardo che può spingersi oltre la linea dell’orizzonte, è un cuore leggero e felice, è un sentirsi proprio dove si è, una completezza incondizionata, una comunione con l’azzurro del mare, del cielo, del verde e dei colori che la natura crea e che l’uomo può solo tentare di riprodurre.

La ricetta che vi propongo oggi è un ciambellone alla marmellata e lamelle di mandorla. Un passepartout per le colazioni di tutto l’anno. 
Ciambella rustica 
Ingredienti:
-       100 gr di farina di kamutt integrale
-       100 gr di farina di avena integrale
-       50 gr di farina di riso integrale
-       due cucchiai di fecola di patate
-       1 cucchiaino di bicarbonato
-       1 cucchiaino di aceto di mele
-       100 gr di zucchero di canna integrale
-       250 ml circa di latte di riso o di soia
-       Marmellata ai frutti di bosco
-       Lamelle di mandorla
-       30 ml di olio di mais


Riunire in una ciotola e mescolare le farina, la facola e lo zucchero di canna. Nel centro aggiungere un cucchiaino di bicarbonato e versarvi sopra il cucchiaino di aceto di mele. Mescolare con cura. Aggiungere pian piano l’olio di mais e il latte vegetale fino a formare un composto né troppo liquido né troppo denso.
Versare l’impasto nella tortiera da ciambellone, adagiarvi tutto intorno delle cucchiaiate di marmellata e cospargere con lamelle di mandorla.
Infornare a forno caldo a 180^ per circa 30/40 minuti. Prova stecchino prima di spegnere. 

lunedì 30 maggio 2016

..LA PAZZA GIOIA

Locandina del film
Non è per niente facile scrivere e dirigere un film sulla pazzia.
C’è il rischio che la trama resti in superficie, perché il regista magari preferisce strizzare l’occhio a soluzioni fin troppo politically correct o viceversa che la tentazione di addentrarsi nei territori oscuri di certe realtà scomode possa sconfinare in affreschi al limite del grottesco e dello spietato pietismo.
Paolo Virzì, a mio modesto parere, è invece riuscito a imbastire una trama delicata, rispettosa, folle il giusto e credibile quanto basta che parte da lì, dalla pazzia per arrivare alla gioia, pazza non perché forte, ma perché esiste, nonostante tutto anche nelle trame di tessuti umani sgualciti e annichiliti.
E’ un film dai toni composti, dagli zoom (fisici ed emotivi) non estremizzati nonostante la durezza del tema trattato e la pesantezza che grava sulle spalle di ciascuna delle figure presenti sulla scena.
Gli sguardi, le lacrime, l’essere arruffate, scomposte e scompigliate delle due protagoniste, affette da disturbi mentali (una, ex benestante bipolare finita in declino per guai giudiziari e finanziari, l’altra depressa e disgraziata dalla nascita e più volte schiaffeggiata dalla vita) raccontano l’oscurità della malattia mentale più di quanto lo possano fare le parole della sceneggiatura stessa.
E l’una porta luce all’altra.
Le due donne si conoscono all’interno di una comunità terapeutica situata nella campagna toscana dove entrambe sono ricoverate. Sono portatrici malate di fragilità estreme e ossessive. 
Beatrice (Valeria Bruni Tedeschi) frivola, egocentrica, egoista, tagliente, tragicomica nelle sue ossessioni e ancorata all’ideale di una bella vita di agi e di lussi che lei ha pure incarnato, grazie prima alle sue nobili origini e poi a frequentazioni discutibili nell’ambito del jet set politico e Donatella (Micaela Ramazzotti), schiva, riservata, solitaria, taciturna, consumata nel fisico e nella mente, con un numero di cicatrici almeno pari a quello dei suoi tatuaggi che più che vivere si lascia sopravvivere al tempo, logorandosi nel tormento di un figlio dato in adozione, con alle spalle un padre, ex musicista di successo che lei ha mitizzato in gioventù nonostante la sua assenza fisica e morale, una madre pure incapace di dare affettività e un uomo vigliacco che ha spezzato il suo cuore, già debole e provato. Il film è il racconto del tentativo di fuga di due donne così maledettamente sole e disperate verso qualcosa che le possa far provare brevi istantanee di felicità, il folle tentativo, architettato soprattutto da Beatrice che si trascina con sé Donatella, di ritagliarsi una parentesi di libertà e spensieratezza: una cena raffinata, due braccia alzate al vento a bordo di un’auto sportiva, un tuffo in mare, un’immersione nel passato per tentarne di ricucirne la trama sfilacciata.
Significativo lo scambio di battute tra le due donne:
“Ma dove si trova la felicità? chiede a un certo punto disperata Donatella; "Nei posti belli, nelle tovaglie di fiandra, nei vini buoni, nelle persone gentili", risponde, alla faccia della sua pazzia, Beatrice, tenace e disperatamente convinta delle sue affermazioni.
Una fuga alla “Thelma e Louise” per due anime fragili che trovano proprio nella loro tenera e bizzarra amicizia l’unica possibilità di riscatto da un passato violato e ruvido e nella solidarietà reciproca la forza e il coraggio di ripercorrerlo, quel passato, per tentare, come un ultimo atto disperato prima dell’oblio, di ricomporre i pezzi della propria identità.
Non a caso la colonna sonora del film è “Senza fine” (di Gino Paoli), quasi a sottolineare il rifiuto di una pazzia senza via di uscita, perché può non importare nulla della luna e delle stelle del sole e del cielo, ma può esserci sempre qualcosa, qualcuno, un sorriso, un incoraggiamento, due mani, uno sguardo, un perdono, una condivisione, una compassione, in grado di regalare una salvifica “pazza gioia”.
Un film che consiglio vivamente. Uniche avvertenze: lasciare a casa il pregiudizio e portare in tasca un pacchetto di fazzoletti.
Non che il film provochi il pianto in maniera maliziosa; commuove sì, ma lo fa sempre con sguardo rispettoso e compassionevole, alternando i sorrisi e i toni della commedia (soprattutto nella prima parte del film) a quelli della commozione insita nei drammi e nelle fragilità umane.
E lo fa senza giudizio, senza una prospettiva ideologica, senza filtrare con la lente di un ipocrita perbenismo o di un consolante e sterile pietismo, ma solidarizzando con le protagoniste, regalandoci i loro stupori, le loro ingenuità, la loro follia che non stride poi molto con quella dei cosiddetti “sani”. Perché, al di là delle patologie psichiche più gravi e che non rappresentano il focus del film, labile è il confine che ci separa da quelle fragilità ancestrali in grado di sconvolgere e buttare all’aria, se non si è più che radicati a terra e nutriti di amore, piani, progetti, sogni, vestiti e i lumi della ragione.
E’ tutto magistralmente dosato: dalle luci alle musiche, dalla rappresentazione del quotidiano all’interno di una comunità psichiatrica a quella dell’immaginario collettivo di ciò che può esserci dentro l’esplosione o la tenace ricerca di una “pazza gioia”.

Dopo la botta emotiva di un film del genere urgono senz’altro colori, suoni, sapori estremamente delicati e carezzevoli.
E allora, associo a questo film una semplice crema di zucca e patate con verdurine croccanti.
Mentre gli occhi e la mente smaltiranno la commozione, la pancia ringrazierà del trattamento delicato che gli andiamo a riservare.

Cremosa di verdure


Ingredienti:
-       patate e zucca lessa
-       semi di sesamo
-       glassa di aceto balsamico
-       verdure miste (carote, cavolfiore e broccolo)
-       olio, sale

Basta frullare le patate e la zucca già lessata nella stessa acqua di cottura di quest’ultima (usatene poca).
Salate (eventualmente sostituendo il sale con un pò di salsa di soia) e decorate con glassa di aceto balsamico e semi di sesamo.
Potete adagiare sulla crema di zucca e patate delle verdure miste che avrete precedentemente cotto al vapore e fatto velocemente saltare nel wok con un filo d’olio e sale.



giovedì 31 marzo 2016

AMPI RESPIRI

Panorami d'ampio respiro
...quando vorresti dire troppe cose, forse è il momento di dare voce al silenzio...quando vorresti fare troppe cose, forse è il momento di fermare l'azione...
Il nocciolo dello stress è quello: non sapersi fermare. E allora partono le corse, i tanti, troppi input che si vogliono inseguire, le mille aspettative da non deludere...che poi, spesso, le aspettative sono solo fantasmi creati dalla nostra mente “(iper)perfezionista”. Quando si riesce a mollare la presa, ci si imbatte in una scoperta sorprendentemente rassicurante: il mondo, la nostra vita, va avanti lo stesso, anche se ci togliamo quelle scarpe-da-corsa-tuttofare, se decidiamo di dimezzare gli appuntamenti, se rimandiamo quell’impegno pseudo urgente a domani, se anziché entrare nel turbinio isterico delle faccende scegliamo di adempiere ad un solo, essenziale, imprescindibile, compito: respirare.
Nei momenti in cui il corpo, la mente, tutto il nostro essere, sta rischiando il tilt, l’unica cosa di cui dovremmo occuparci è il nostro respiro. Accorgersi di esistere. In quei momenti, occorre solo riprendere contatto con la terra, sentire che i piedi sono ben piantati a terra, che abbiamo delle mani con cui sentire la nostra pancia, un naso con cui inspirare e una bocca dalla quale far uscire l’aria, oltre a tutta quella polvere che lungo le corse del quotidiano attiriamo sulle pareti del nostro corpo.
Lo so, lo so: facile a leggersi nei manuali di yoga o a dirsi, ma nella pratica è così difficile! E’ difficile eppure tanto banale interessarsi al proprio respiro. Lo abbandoniamo lì, come un qualcosa che è inserito con il pilota automatico e del quale non occorre preoccuparsi.
Solo quando si cominciano ad avvertire i disagi legati ad una cattiva respirazione (tensione all’addome, ansia, senso di confusione mentale, ecc.) ci si rende conto che quel pilota automatico, in realtà, ha bisogno del nostro intervento.
E non serve nemmeno chiudere il mondo fuori e stendersi su un tappetino (…anche se a volte è una bella cosa anche questo…) per imparare, man mano, a respirare bene; basta portare l’attenzione dentro questa semplice azione. Qualunque cosa si stia facendo, proviamo a non perdere il contatto con il nostro respiro, accompagniamolo affinché esso, a sua volta, ci conduca verso un auspicabile stato di calma consapevole.
E a proposito di calma…vi propongo una ricetta che ha davvero bisogno di calma e di attenzione per la sua preparazione.
…si può praticare meditazione anche cucinando...(purché lo si faccia “essendoci”, respirandovi dentro)!! ;-)

Dolci morbidi/croccanti

TORTA VEGANA ALLA FRUTTA SECCA
Ingredienti:
100 gr di farina di grano saraceno
200 gr di farina di farro
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito per dolci
50 gr di sciroppo di mais
1 pizzico di sale
scorza d’arancio
100 gr di olio di girasole
300 gr di latte di soia alla vaniglia (o altro vegetale)
100 gr di mandorle tritate a farina
100 gr di noci tritate a coltello
Procedimento:
Miscelate le farine assieme al lievito, al pizzico di sale, e alla scorza grattugiata d’arancio;
frullate le mandorle e le noci grossolanamente e aggiungetele al resto.  
Emulsionate il latte di soia con lo sciroppo di mais e l’olio, sbattete fino a quando diventerà tutto molto fluido ed amalgamato, a questo punto unite al resto degli ingredienti secchi girando energicamente con una frusta fino a formare un impasto fluido ma denso. Infornate a 180^ per circa 40 minuti. Fate la prova stecchino.



martedì 9 febbraio 2016

IL TEMPO FRAGILE

la foglia che giace

“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)

…Può sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del “presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità risiede nel continuo mutamento…
Delle cose…
Della vita…
Dei rapporti…
Delle dimensioni…
Delle forme…
Delle visioni e dei colori…
“Rassegnarsi” alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale deprimente.
Anzi, forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo, sempre.
Non aspettare…
Rendersi presenti al proprio ATTUALE.
Riempire o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un ipotetico FUTURO…
La vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…

Istantanee di eternità
La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a realizzare altri progetti” cantava John Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a soffiare sull’albero della nostra vita…

Tentativi 
Oggi vi propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.

Minestra cavolo nero e cannellini

Ingredienti:
-       cavolo nero
-       fagioli cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-       olio, sale

Preparazione:
Versate in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.




lunedì 28 dicembre 2015

LUOGHI DELL'ANIMA...


Non dite: “Ho trovato la verità”, ma piuttosto “Ho trovato una verità”.
Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”, ma piuttosto, “Ho incontrato l’anima in cammino sul mio sentiero”.
Poiché l’anima cammina su tutti i sentieri.
L’anima non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna.

L’anima si schiude, come un fiore di loto dagli innumerevoli petali. (Kalhil Gibran)

Ci sono luoghi dove vorresti tornare sempre. Può essere un angolo della casa, una città dall’altra parte del mondo o quel luogo disegnato da due braccia attorno alle quali vorresti stringerti forte. Spesso non conta la collocazione geografica per assaporare il gusto morbido e carezzevole che può regalare quel momento di perfetta fusione tra il proprio sé che si vede in superficie e quello che si sente nel profondo.
Mi riferisco a quello stato dell’essere che ognuno di noi sa di poter raggiungere soltanto in quel posto preciso. Lì siamo liberi, felici incondizionatamente; quando sentiamo di essere proprio lì dove vorremmo trovarci, non distratti, non protesi altrove.
Più che un luogo fisico, raggiungiamo un luogo dell’anima. Un allineamento tra il tempo, il luogo e il proprio abbandono.
Il bimbo che si stringe al seno della madre sente che quello è il suo luogo, il posto dove vive la sua pace.
Il viaggiatore solitario la può ritrovare osservando e penetrando il cielo dalla cima di una montagna o l’orizzonte oltre la linea del mare o le onde spumose dell’oceano o ascoltando il silenzio di una notte estiva rotto dal frinire delle cicale.
Un musicista di strada la può conquistare liberando le sue note blues tra i rumori metropolitani di New York.
Uno scrittore la può percepire sotto le sue dita nel momento stesso in cui riceve la visita improvvisa di un’ispirazione inattesa. Prende carta e penna, scrive e in quelle pagine trova conforto, la sua quiete.
Il pittore costruisce mille luoghi dell’anima con le sue pennellate; in ognuno di essi c’è un pezzo di sé.
Un genitore spesso assente che in un pomeriggio d’autunno  ritaglia un’ora del suo tempo dal suo planning lavorativo e si ritrova ad attendere il suo bimbo all’uscita di una scuola, vedrà ripristinare il senso delle cose da quel sorriso innocente che celebra la sua presenza. In quel momento, lì, davanti a quel cancello, uno di noi vivrà un momento di pienezza...i suoi piedi, avvezzi a calpestare con forza luoghi fisici, avvertiranno la leggerezza che può donare un luogo dell’anima.
Ci sono momenti in cui non conta più il mondo esterno, visibile, reale; spazi senza tempo e senza luogo in cui ci si guarda dentro e ci si riappropria del vero sé.
E allora, come se fossimo dietro una cascata, osserviamo scorrere il flusso dei nostri pensieri. Questi non ci sommergono più, lasciandoci stanchi, naufraghi e bagnati. E’ uno scorrimento calmo. Lento. Aperto alle opportunità. Possiamo decidere di rimanere fermi dietro la cascata  o di lasciarci raggiungere da qualche schizzo di acqua o di immergerci per affrontare le rapide, abbandonandoci al flusso della nostra vita. In ogni caso, vivremo con consapevolezza le opportunità scoperte o riscoperte grazie al nostro luogo dell’anima. 


Acqua, terra, montagne, vento, movimento
La ricetta di oggi allieterà il vostro palato, in qualunque luogo dell’anima deciderete di assaporarla…una torta morbida e croccante allo stesso tempo.

Torta simil sbrisolona vegan

Ingredienti per la pasta:
70 g di olio di mais
100 g di zucchero di canna Dulcita
250 g di farina di semi o integrale
60 g di farina di grano saraceno
½  cucchiaino di bicarbonato
50 g di latte vegetale
1 pizzico di sale
Uvetta passa (o pezzetti di cioccolato fondente)
Ingredienti per la crema:
100 g nocciole tostate
50 g di cacao
80 g di zucchero di canna Dulcita
100 ml latte vegetale
2 cucchiai olio di mais


Procedimento:

Per la crema frullate nel mixer le nocciole fino a ridurle a crema, poi unire gli altri ingredienti fino ad ottenere una crema il più liscia possibile. Tenete da parte.
Per la pasta mescolate in una ciotola l’olio, il latte vegetale, lo zucchero, le farine, l’uvetta passa o pezzetti di cioccolato fondente, il bicarbonato e il sale. Si otterrà un impasto piuttosto “sbricioloso”, non compatto. Rivestite uno stampo da crostata di 20 cm di diametro con carta da forno e versate sul fondo metà delle briciole, livellatele con un cucchiaio e ricoprire con tutta la crema alle nocciole. Sopra mettete le briciole di pasta rimanenti senza schiacciare troppo. Infornata e a 180° per 40 minuti circa, comunque fino a leggera doratura. 
Spolverizzate con zucchero a velo.




Dettaglio












martedì 22 dicembre 2015

...IL NATALE CHE MI TENTA...


"Priva di ricchezze materiali
Un pezzetto della mia anima
A te vorrei donare…
Non un oggetto che il tempo può usurare,
né un orpello del cui uso ti potresti stancare;
non un indumento che con il tuo gusto si potrebbe scontrare,
né un gioiello la cui esibizione potrebbe accecare;
ma un semplice pensiero…
un’idea da inserire tra le note dei tuoi pensieri
e da tessere tra i fili dei tuoi desideri…
un pensiero che parla di SERENITA’…
quel bene prezioso, ideale eppur bistrattato
che non ha un prezzo
non ha un costo
non ha contorni precisi
né motivi concreti,
ma che il nostro cuore sa ben riconoscere
quando dal niente
fa sorgere un sorriso…"

BUON NATALE!!!! 

Le luci del Natale a Como

Per la ricetta prima di Natale, vi suggerisco un dolce golosissimo…sempre vegan che può degnamente sostituire panettoni e pandori quando di questi, dopo i vari brindisi, non ne potete più
;-)

Tentazione al cioccolato e arancia

Ingredienti
250g di farine (kamutt, integrale, di farro e 2 cucchiai di fecola di patate)
120g di zucchero di canna
2 cucchiai di cacao amaro in polvere 
70g di olio di semi
80g di cioccolato fondente 
250 ml (circa) di latte di riso o di soia (io ho usato quello aromatizzato alla vaniglia)
Scorza grattugiata di 1 arancia grande 
1 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di aceto di mele

Procedimento:
Fate fondere a bagnomaria il cioccolato fondente.
In una ciotola setacciate insieme il cacao, la farina e lo zucchero. Grattugiate la scorza d’arancia e unitela alle polveri.
Unite un cucchiaino di bicarbonato sul quale verserete un cucchiaino di aceto di mele.
Quindi versate anche l’olio, il cioccolato fuso e il latte, aggiungendolo poco alla volta e mescolando bene.
Infine e infornate a 180° (meglio ventilato) per circa 40-45 minuti circa. Prova stecchino prima di spegnere.

Per la glassa: sciogliete a bagnomaria una tavoletta di cioccolato fondente con un filo di latte di riso e un filo di olio; versate sulla torta raffreddata. Fatela addensare poi a temperatura ambiente o in frigorifero.