martedì 21 luglio 2015

SICILIA IN TASCA


Della mia recente vacanza in Sicilia vorrei riuscire a trasmettervi suoni, odori, colori e sapori ma, dato che certi limiti della comunicazione non sono ancora stati superati, posso solo tentare di offrirvi descrizioni sommarie nella speranza di solleticare quel gusto della scoperta che magari vi spingerà, se ancora non l’avete fatto, a partire per una terra che merita di essere scoperta poco alla volta, sempre più in profondità, talmente ricco e suggestivo è il suo bagaglio di offerte.
La Sicilia è una terra selvaggia, selvatica, vergine, senza fronzoli… con le sue “opere incompiute” pare schiaffeggiarti trascinandoti nelle più crude realtà e, poco dopo, è lì ad accarezzarti con la dolcezza delle sue granite e delle sue “brioche con il tuppo”.

Girandola, pare di immergersi dentro un quadro impressionista o tra le pagine dure e vere di verghiana memoria.
In sette giorni ho riempito gli occhi di panorami mozzafiato.

Ho iniziato prendendo confidenza con le acque cristalline e le spiagge di ghiaia fine di Roccalumera per poi restare affascinata dalla raffinata eleganza di Taormina. Qui mi sono tuffata nella storia con la visita all’antico teatro greco: un teatro affacciato sul mare, con suggestioni ed echi di un antico splendore che escono da ogni sua più piccola pietra.

Un arancino delizioso agli spinaci presso lo “Strit Fud” e il più goloso cannolo mai assaggiato alla Pasticceria del corso è stato il bottino alimentare della giornata a Taormina. 

Mentre per il reparto “profumi e balocchi” non potevo non cedere all’aroma agrumato e selvaggio della sua acqua profumata. Ogni spruzzo di quel profumo mi riporterà con la memoria al centro di quella piazzetta pavimentata a scacchi bianchi e neri e affacciata sul mare. Da quella piazzetta, dove tra l’altro c’è un bar ricco di storia dove Goethe passava il tempo a bere il suo caffè, si può ammirare la costa del Mar Ionio, la Baia di Naxos e il possente Vulcano Etna.

Nei vicoli si susseguono botteghe, ristoranti con vedute panoramiche, locali da dove provengono svariati sottofondi musicali, da quelli melodici a quelli in chiave jazzistica. Può capitare di ascoltare le note semplici di un anonimo artista di strada o quelle più colte delle ballate liriche, spesso in programma nel cartellone del teatro antico.



Scendendo da Taormina con la funivia mi sono fermata per un bagno presso l’Isola bella, famosissimo e suggestivo isolotto, ricoperto da una rigogliosa vegetazione e istituito a riserva naturale. La lingua che collega la spiaggia di Mazzarò all’isola (che dall’alto pare di sabbia ma che in realtà è di ghiaia) è un invito a tuffarsi nell’acqua cristallina.



A Catania, appena arrivata, mi sono immersa nella realtà caotica, ma affascinante dei mercati popolari: gente che ti vuole far assaggiare “la qualunque”, che ti mette in mano una cozza spruzzata di limone e pare voglia farti uscire dalla bambagia per svezzarti con la legge dell’adattamento.

Girando per la città ho vissuto i forti contrasti di una città che ho associato per alcuni aspetti a Napoli e per altri a Lecce. La compostezza di alcune zone, come quelle adiacenti il rigoglioso giardino Bellini e la zona universitaria si scontra con l’aspetto aggressivo di molte costruzioni periferiche, nate dal nero della pietra lavica e in molti casi non ultimate e la desolazione di certe spiagge che l’incuria umana ha reso degli immondezzai all’aperto.






Sulla città di Catania domina, assoluto, l’Etna. Spesso l’afa non ne rende visibili completamente i profili, ma vi assicuro che anche i contorni appena accennati sono in grado di suscitare un misto di timore e riverenza, come quello che si proverebbe davanti ad un mostro addormentato sulla montagna, dal duplice fare minaccioso e protettivo.

C’è stata anche la visita a qualche set cinematografico di tutto rispetto, come quello al piccolo borgo di Savoca, arroccato su un crinale a 300 metri di altitudine dove, in piazzetta, ho potuto gustare una deliziosa granita al limone (con tanto di biscottino ai semi di sesamo) presso il Bar Vitelli dove furono girate alcune scene della saga cult de “Il padrino” e che ancora oggi trasmette ab libitum la colonna sonora del film che lo ha reso celebre in tutto il mondo.

E poi come scordare gli scorci offerti da Tindari? Famosa per il suo Santuario con la Madonna nera, situato sulla cima più alta del paese a strapiombo sul mare, è una località suggestiva anche per le sue lingue di sabbia situate alla base del promontorio, alcune delle quali raggiungibili solo via mare.

Proprio in quelle acque mi sono donata la nuotata più bella e più lunga: intorno a me solo acqua trasparente, spiagge incontaminate, il suono delle onde e, citando i versi di una canzone di Irene Grandi, “la voglia di non tornare più” (a riva…aggiungo io).

Dopo la nuotata, tappa d’obbligo al Bar del Pellegrino: arancino al pistacchio, specialità del posto, accompagnato come sempre dal sorriso aperto e dalla cortesia del personale. Le persone con le quali mi sono trovata ad interagire (in albergo, nei bar, nei ristoranti, all’interno dei siti archeologici, ecc.) si sono mostrate sempre disponibili a fornire chicche e curiosità sulla loro terra. La voce di chi vive i posti vale molto di più di qualunque altra voce enciclopedica.



Da ultimo, come in un quadro emozionale posso tentare di sfumare i colori di alcune esperienze fatte tra una gita e l’altra: l’energia mattutina che mi spingeva a correre lungo il mare di Roccalumera, quando la linea dell’orizzonte pare riconciliare ogni pensiero con la realtà; 

la commozione provata durante la visita al Parco Letterario dedicato a Salvatore Quasimodo dove un ragazzino sveglio ed appassionato ci ha condotto alla scoperta degli aspetti più interessanti della biografia dello scrittore, premio Nobel per la letteratura nel 1959;

il fanciullesco entusiasmo nel fare incursione nei bar sul lungomare di Santa Teresa di Riva per assaggiare quanti più gusti possibili di granite (…a proposito eleggo quella al pistacchio la mia preferita…ma se la batte alla grande con quella alla mandorla e con quella al caffè…). In verità, si potrebbe dire che c’è la granita giusta per ogni momento della giornata.


E ancora l’impegno degli animatori per cercare di pungolare la pigrizia del “turista spiaggiato”, la magia dei tramonti da gustare dopo la calura del giorno, il fascino di un cielo che lontano dalle luci cittadine, si può scoprire magnificamente stellato. 

Un quadro che si può ammirare soprattutto in vacanza quando, lontani dal tran tran e resi centrati dalla mancanza dell’altro a cui pensare, ci si può concentrare su ciò che, in realtà, conta davvero: la natura che ci vive attorno, il cielo sopra le nostre teste, il tempo che scandisce le nostre vite, ovunque siamo e qualunque cosa stiamo facendo. Il viaggio serve, o dovrebbe servire, anche a questo: ritrovare il senso del nostro Tempo.

Scusate se per accompagnare questo post oggi vi propongo solo un piatto di frutta fresca…ma è estate, fa caldo, c’è il mare, la piscina, i tuffi e la tintarella nel menù quotidiano di molti di noi. E allora, ogni tanto, si possono anche spegnere i fornelli o no??! ;-)



  
SCHERZO!!!!!
Quando la temperatura sale, possiamo semplicemente scegliere di ridurre al minimo gli ingredienti e i passaggi in cucina. E allora cosa c’è di meglio di un piattino di pasta di grano saraceno condito con del pachino fresco e una spolverata di origano?
Del resto, anche il sapore di questo piatto ha un vago retrogusto di Sicilia…;-)


Ingredienti
-       pasta di grano saraceno
-       pomodori pachino
-       olio evo, sale, origano

Mentre cuoce la pasta, fate saltare i pomodori pachino tagliati a spicchi in un po’ di olio, una spolverata di sale e origano.
Condire la pasta con il sughetto di pomodoro. Semplicissimo. A prova di calore.

Ciao Sicilia, alla prossima vacanza....


e a voi: 







martedì 23 giugno 2015

POESIA E FORNELLI

Luoghi in attesa

...farina del mio sacco: 

ASSENZA*
 “Senza di te andrò vagando senza mèta,
nell’indifferenza della città
vivrò la tua mancanza;
Pregherò il silenzio di riportarmi presto la tua voce,
chiederò al tempo di restituirmi la tua presenza
… torna tutte le volte che puoi!
Nell’attesa, colmerò la tua assenza
con le parole di antiche poesie…”


...e anche farina non del mio sacco:  

HO FAME DALLA TUA BOCCA (P. Neruda)
Ho fame della tua bocca, della tua voce, del tuoi capelli
e vado per le strade senza nutrirmi, silenzioso,
non mi sostiene il pane, l'alba mi sconvolge,
cerco il suono liquido dei tuoi piedi nel giorno.
Sono affamato del tuo riso che scorre,
delle tue mani color di furioso granaio,
ho fame della pallida pietra delle tue unghie,
voglio mangiare la tua pelle come mandorla intatta.
Voglio mangiare il fulmine bruciato nella tua bellezza,
il naso sovrano dell'aitante volto,
voglio mangiare l'ombra fugace delle tue ciglia
e affamato vado e vengo annusando il crepuscolo,
cercandoti, cercando il tuo cuore caldo
come un puma nella solitudine di Quitratúe.

e dopo aver scritto e letto una poesia, consiglio di recarsi in cucina per preparare un bel piattino vegetariano…anche in un gesto di cura e di attenzione come quello del “cucinare” c’è dentro tanta poesia…
;-)

Burger di lenticchie e patate 

Ingredienti:
-       lenticchie (io usato quelle piccole, già lessate)
-       patate lesse
-       erbe aromatiche a scelta
-       semi di sesamo
-       salsa di soia
-       pangrattato integrale

Lessate le patate. Nel frattempo fate rosolare in poco olio le lenticchie (ovviamente già lessate). Insaporite con erbe aromatiche (rosmarino e origano) e sfumate con poca salsa di soia.
In un recipiente sbucciate e schiacciate le patate e aggiungete poco sale.
Frullate i legumi, aggiungeteli alle patate schiacciate.
Mescolate con cura, aggiungete i semi di sesamo tostati e se occorre (per compattare) del pangrattato integrale.  
Con le mani umide formate dei piccoli burger .
Passateli nel pangrattato, poneteli in una teglia, versate sopra un filo di olio e fateli dorare in forno caldo per una decina di minuti.
Serviteli accompagnati da un contorno di verdura.



*più che ad un'attesa d'amore…mi sono ispirata ad un'attesa più malinconica legata al ricordo per qualcuno di caro che magari non c'è più…e che può sempre tornare, facendosi strada nella nostra memoria…all'inizio questa “grave assenza” porta sgomento, disorientamento…poi di quella persona vorremmo risentire la voce, percepirne la presenza fisica…poi non resta che farla rivivere tutte le volte che ne sentiamo il bisogno attraverso i ricordi e anche attraverso la poesia…che possono arrivare anche in quei terreni, in quegli spazi che all'umano occhio sembrano invisibili…
Questa poesia è dedicata a tutti coloro che in questo momento, hanno più che mai bisogno di percepire la presenza di qualcuno che se ne è andato...

lunedì 15 giugno 2015

..DIVERSITA'...

Volti, colori, storie diverse
Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri (Oscar Wilde)


Diversità…
Nel mondo di essere
di votare
di nutrirsi
di pensare
di gestire
di amare…
Crediamo di trovare conforto in chi è simile a noi,
ma cresciamo grazie al confronto con chi è diverso da noi…
La diversità a volte spaventa,
spesso viene offesa,
scambiata per inferiorità…
Essere diversi non significa essere peggiori o migliori…
La diversità è una risorsa,
uno stimolo allo scambio reciproco;
siamo creati diversi per confrontarci,
per arricchirci di ciò che non siamo o non abbiamo…
ciò che è diverso
deve farci riflettere
può farci incuriosire
può non trovarci d’accordo
può farci, al limite, anche provare “fastidio”
ma mai, mai dovrebbe originare presunzione, arroganza o mancanza di rispetto.


Tu sei una persona diversa, che vuole essere uguale. E questo, dal mio punto di vista, è considerato una malattia grave.(Paulo Coelho)


Anche a tavola il rispetto delle diversità di gusti e di scelte dovrebbe essere sacrosanto. Spesso, invece, anche nello scambio di espressioni riguardanti il mondo alimentare/culinario si può insinuare il germe dell’aggressività.
Oggi per un primo piatto diverso vi propongo una cupoletta fresca di quinoa dal sapore mediterraneo.

Tortino di quinoa alla mediterranea 

 
Ingredienti:
quinoa
pomodorini ciliegino o datterino
alghe essiccate
capperini
origano

olio evo, sale
semi di sesamo

Procedimento:
Lessate la quinoa in acqua leggermente salata (per ogni 70 gr di quinoa ci vogliono circa 150 ml di acqua). Per un gusto più deciso, potete aggiungere un filo di salsa tamari o di soia nell’acqua durante la cottura.
Quando la quinoa è cotta, lasciatela intiepidire e poi con un coppa pasta ricavatene una porzione. 
Servitela con spicchietti di pomodoro (conditi precedentemente con olio evo, sale e origano), capperini, semi di sesamo e le alghe essiccate (…che sostituiscono la classica macinata di pepe…).
Semplice, veloce, fresco…un piatto dal sapore di una giornata estiva.




martedì 26 maggio 2015

TRA LA MENTE E LE BRACCIA

...vieni avanti magia...

EMANCIPARSI 

Forse…
se non ti avessi mai incontrato…
cercato…
sfiorato…
se non avessi sfogliato pagine di te
e letto libri del tuo sapere…
se non avessi cercato di anticipare i tuoi pensieri
coltivando campi di empatia segreta…
allora…nell’ignoranza della tua esistenza
il tarlo di poterti avere
non si nutrirebbe ora della mia caparbia libertà…
e continuerei quel volo in solitaria
senza la brama di aggrapparmi alle tue ali…
ma esisti…
e mi contagia l’entusiasmo
di provar ardore
a dispetto di ogni ragione…
frantumando
finte certezze,
le mie…
le tue…
scudi difensivi
di anime offese…
                                                                 

fermate di arresto...
                                                                
Dopo aver spremuto un po’ l’ispirazione, non c’è niente di meglio che preparare un bel dolce…dopo un esercizio teorico per la mente, un esercizio manuale per le braccia. Anche in quell’alternanza cerco di costruire una sorta di equilibrio: lascio vagare liberamente la mente, ma poi torno con i piedi per terra, ops, volevo dire con le mani in pasta…;-)
  
La mia versione di pastiera vegana 
Ingredienti per la pasta frolla:
300 g di farina integrale di farro
100 g di zucchero di canna integrale
120 ml di latte di soia alla vaniglia
70 g di margarina di soia (o vegetale)
scorza e succo di 1 limone bio
Ingredienti per il ripieno:
200 g di grano cotto
200 g di tofu al naturale
2 cucchiai di fecola di patate
200 g di zucchero di canna
scorza di 1 limone
400 ml di latte di soia
30 g di margarina
vaniglia in polvere bio

cannella in polvere
aroma all’arancia o polvere di scorzette di arancia o scorza grattugiata d’arancia

(a piacere: pezzetti di cioccolato fondente)
Procedimento:
Per la pasta frolla: lavoriamo lo zucchero e la margarina e agguingiamo man mano la farina. Aggiungere il latte e impastare fino ad ottenere un composto omogeneo. Formare una palla e lasciare riposare in frigo avvolta nella pellicola trasparente per una mezz’oretta.
Per la crema vegana: mescolare in un pentolino antiaderente 2 cucchiai di fecola e 50 g di zucchero di canna. Mettere sul fuoco a fiamma bassa e unire lentamente 200 ml di latte di soia alla vaniglia, sempre mescolando per bene. Aggiungere la scorza di ½   limone e portare ad ebollizione e mescolare fino a far addensare la crema.
Per la crema di grano: versare in una pentola il grano precotto, aggiungere 200 ml circa di latte di soia alla vaniglia, 30 g di margarina, la scorza di ½  limone e la vaniglia in polvere. Far bollire il tutto a fuoco dolce, mescolando fino ad ottenere una crema densa e senza grumi. Quando è pronta, lasciate raffreddare.
Per la crema di tofu: frullare 200 g di tofu al naturale insieme a 150 g di zucchero di canna, fino ad ottenere un composto liscio. Aggiungere 1 cucchiaino raso di cannella, un altro di vaniglia in polvere e un altro di scorzette di arancia essiccate (o scorzette di arancia).
Amalgamare tutte e tre le creme ottenute. A piacere potete aggiungere dei pezzettini di cioccolato fondente.
Stendete la pasta frolla e foderate una tortiera con cerniera apribile (precedentemente oliata e infarinata) tenendone da parte un po’ per le striscette.
Versate il ripieno sulla frolla. Decorate con le striscette, spennellatele con latte di soia e infornate a 180° per circa 60 min o fino a completa doratura.
A fine cottura spegnere il forno, ma aspettate che la torta si raffreddi prima di impiattarla.



martedì 5 maggio 2015

AROMA D'AMORE

Aroma di caffè
Oggi al posto del solito post (scusate il gioco di parole...) voglio pubblicare un racconto a tema “caffè”. L’ho scritto un po’ di tempo fa, come puro esercizio di scrittura. Ve lo offro come una tazzina di caffè da sorseggiare dopo pranzo ;-)

"Se ne accorsero tutti, dopo l’incontro con quel tipo che voleva venderle un’autovettura d’epoca, che in lei era improvvisamente scattato qualcosa di diverso. Una luce nuova, un taglio diverso di occhi, un’espressione addolcita, i tratti ammorbiditi.
Quel giorno, quando conobbe Roger, doveva esistere una congiunzione astrale particolarmente rivoluzionaria nel suo cielo.

A Lilith capita di prendere un caffè con uomini fascinosi di ogni rango e grado; tanti suoi sottoposti, con la scusa di offrirle un caffè, cercano di carpirle un appuntamento fuori dalle pareti della sua azienda. Mai nessuno è riuscito a smuoverle dentro qualcosa di più, a seconda dei casi, di un semplice moto di simpatia, di tenerezza, di imbarazzo, di fastidio. Tanti clienti, fornitori, direttori o anche semplici corrieri passano nel suo ufficio e al termine delle pratiche lavorative, quasi fosse una “conditio sine qua non” per congedarsi, le chiedono: “Le posso offrire un caffè?”. Qualcuno, pensando di apparire meno malizioso, si limita a un più tranquillo “Dottoressa, ci prendiamo un caffè?”.
Nella maggior parte dei casi, complice la sua passione per l’aroma della tazzina fumante, non riesce proprio a sottrarsi a nessuna di queste tentazioni caffeinofile, a prescindere da chi se ne fa portatore.
E’ un triangolo di passioni non corrisposte: chi la invita è tentato da lei -mica è una sprovveduta- lo sa benissimo di essere vista come una preda appetitosa. Ma Lilith è tentata soltanto dalla caffeina. 
Riesce a respingere gli attacchi di qualsivoglia genere di tentazione: non è golosa, non è curiosa, non è influenzabile, né condizionabile. Si ritiene impermeabile a qualunque tipo di dipendenza. Lei si basta da sola.
Quindi ha elaborato la teoria per la quale la sua non è dipendenza da caffè. Ma scherziamo? Lei non dipende da niente e da nessuno. La sua è semplice passione. Scelta. Non subìta. C’è chi ce l’ha per un uomo, per gli uomini, per lo shopping, per le scarpe, per gli animali, per un hobby. Lei ha scelto di vivere la passione per il caffè.
Lilith il caffè lo celebra. Lo onora. Gli porta rispetto, considerazione. Quando le capita di sorseggiare un caffè scadente, lo fa subito presente. Non potrebbe non rendere giustizia alla sua idea di perfezione incarnata dal chicco tostato.
E quando, per rafforzare i suoi contatti di lavoro, le capita di doversi recare all’estero, se sa di andare in un paese dove la qualità del caffè espresso non eccelle, non dimentica mai di mettere in valigia, magari arrotolato in una vestaglietta di seta e tra i suoi tanti accessori e le sue creme giorno-notte,  un pacchetto del suo “oro in polvere” di colore marrone.
Perché limitarsi a considerarlo un’appendice della colazione? O una scusa per sedersi al tavolino di un bar? O per fare pausa durante la giornata lavorativa?

Fece in modo di sentire spesso Roger; con la scusa di trattare, di perfezionare la compravendita, lo chiamava o lo faceva chiamare dalla sua segretaria per chiedergli ora un documento, ora una precisazione, ora un dato burocratico.
Di solito era formale, fredda, quasi distaccata, nelle trattative.
Ma con Roger non riusciva proprio a non far emergere, dal fondo del suo carattere, qualche barlume di gentilezza.
Per la verità, era qualcosa di più di un barlume.
Improvvisamente si sentiva “interessata”, presente a qualcuno mentre ci conversava.
Dopo settimane passate ad accordarsi per telefono, era giunto il giorno del ritiro del mezzo. Di solito, per queste cose, c’erano i suoi dipendenti, pronti a sistemare la faccenda e a dare esecuzione al contratto. 
Ma non poté resistere. Comunicò a Roger che sarebbe andata lei stessa a ritirare la Bentley VI.

Anche da come un uomo sorseggia il suo caffè, lei intuisce le sue potenzialità seduttive. Un uomo che sceglie il caffè d’orzo, lo etichetta subito come un debole, un bambinone spaventato dalle emozioni forti. Se qualcuno, a suo parere, versa troppo zucchero nella tazzina, non può essere un tipo schietto, perché se ha bisogno di coprire il sapore del caffè, figuriamoci quanto possa nascondere le sue emozioni.
L’uomo che non beve caffè non lo ha mai preso neppure in considerazione. Per lei il passare dalla scodella di latte e Nesquik alla tazzina del caffè rappresenta una sorta di svezzamento. Un ingresso ufficiale nel mondo del gusto degli adulti.
Un uomo che trovi il caffè amaro troppo forte, non sarebbe in grado, sempre secondo le sue bizzarre teorie, di proteggerla.
Non che ne abbia bisogno, a giudicare dalla fierezza e dalla superba altezzosità con le quali, accresciute dai suoi tacchi vertiginosi, dirige la sua rinomata e fiorente società di noleggio di automobili di lusso. I suoi dipendenti, quasi tutti di sesso maschile, la trovano algida, sicura di sé, sfuggente e allo stesso tempo rassicurante: immaginano, infatti, che con una donna così non occorra portare sulle spalle nessun tipo di fardello costituito da responsabilità, forza e coraggio. Queste qualità le incarna benissimo già da sola.
Gran lavoratrice, senza ombra di dubbio.
La mattina è la prima ad arrivare in ufficio e la sera l’ultima ad andarsene. Vuole tenere sempre tutto sotto controllo.
Ci tiene a incontrare personalmente, uno ad uno, tutti i clienti, personaggi altolocati amanti del lusso sfrenato e del superfluo.
Al di là del campo di lavoro, non le rimane molto altro da coltivare.
Il parrucchiere il martedì e il venerdì mattina. La palestra due volte a settimana. Il massaggio orientale il sabato mattina. Qualche incontro di lavoro. La domenica di riposo. Ogni tanto, qualche uomo che la corteggia la porta al mare o in montagna ma, al di là dell’occasione che sfrutta con finta ingenuità per restare fuori e godersi la natura, capita raramente che sia davvero presente accanto al suo accompagnatore.
In genere, gli incontri di questo tipo, restano casi isolati. Difficilmente concede all’ammiratore di turno una seconda opportunità.
Il fatto è che non crede agli amori provocati, non crede che qualcosa possa nascere dopo. Lei lo capisce subito se un incontro può trasformarsi in qualcosa di più costruttivo. E finora ha solo capito che non esiste l’uomo giusto per lei. Almeno non nella piccola città di provincia, dove è nata e vive.
Si è sempre immaginata al suo fianco un uomo di mondo, un viaggiatore instancabile, qualcuno che sappia essere colto, fine, elegante, emancipato, risoluto, insolente e un poco sfuggente, capace di accettare la sua indipendenza e la sua poca propensione ai sentimentalismi. Lei è una donna concreta, pragmatica, di polso.

Ovviamente Roger era ben lieto di incontrarla. Ma, per la prima volta, Lilith non dava per scontato che, dall’altra parte, ci fosse questa predisposizione.
Senza perdere tempo, aveva fissato l’appuntamento; si era prenotata il viaggio in treno in prima classe e non vedeva l’ora di sperimentare il sapore di un caffè in compagnia di un uomo per il quale covava un certo interesse.
Una giornata autunnale, la nebbia sul lago e lei ad aspettare in quella stazione fantasma. Erano anni che non sentiva i benefici emotivi di un’attesa del genere. Dopo aver allontanato da sé ogni moto di passione, dopo avere respinto uomini e l’idea stessa di un uomo accanto, scopriva l’ebbrezza di una pulsione proveniente dal cuore.
Quel giorno però scoprì che l’unico uomo che senza far nulla aveva stuzzicato la sua fantasia, al punto da spingerla ad andare lei stessa a cercarlo fuori dalla sua azienda e addirittura in un’altra città, non beveva caffè. A ben pensarci avrebbe potuto immaginarlo: non aveva mai fatto riferimento, durante le loro conversazioni telefoniche, a un possibile appuntamento davanti a una tazzina di caffè. Ma magari – aveva voluto credere – semplicemente non sentiva il bisogno di usare la scusa del caffè per palesarle il suo interesse a trascorrere un po’ di tempo insieme. Come poteva prendere in considerazione un uomo come eventuale compagno di vita senza che questi provasse il desiderio di condividere con lei il minimo e massimo piacere del suo quotidiano? Era un segno del destino: non poteva esistere altra passione che non fosse quella profumata di caffè.
O forse quella passione smisurata era un altro dei suoi alibi per tenere chiunque fuori dall’orbita della vera Lilith? Può accettare i caffè che i vari uomini le offrono, ma così come non ha mai accettato di mitigare con lo zucchero l’amara verità del nettare bruno, così non è mai riuscita ad allentare i nodi stretti intorno al suo cuore.  
E così su quel binario fece deragliare una fantasia, un altro brivido custodito nel suo inconscio, un mondo disordinato e confuso di emozioni negate e illusioni respinte.
La sua è stata un’educazione molto rigida: mai una confidenza, un moto di tenerezza tra lei, unica figlia di una famiglia benestante, e i suoi genitori. Non ha mai visto sua madre e suo padre scambiarsi una carezza. Quasi nemmeno incrociavano i loro sguardi. Erano persone evasive, di poche parole, di ancor meno gesti affettuosi; persone che vivevano vite parallele e che si trovavano intorno a un tavolo giusto il tempo di un pasto, quando non erano altrove per motivi di lavoro, o pseudo tali.
Negli anni mai un fidanzamento ufficiale, mai che le fosse venuto il desiderio di condividere i suoi giorni con qualcuno. Con tutti, anche con quelli ai quali apparentemente stava concedendo una possibilità, si limitava al massimo a una gita fuori porta.

Le è sempre piaciuto svegliarsi con l’aroma avvolgente del caffè: le dà la sensazione di un abbraccio confortante, rassicurante. Poiché ha sempre vissuto da sola, non c’è nessuno a mettere la caffettiera sul fuoco per allietarle il risveglio. Allora ha comprato una di quelle macchinette moka intelligenti: si accendono all’ora del mattino pre-impostata e così un cavaliere fantasma, proprio mentre suona la sveglia, le soffia in camera il suo profumo preferito. 
L’altro momento della giornata in cui assapora meglio il rito del caffè è quello del dopo cena, specie se consumato fuori casa.
Al ristorante, che sia sola, accompagnata o in comitiva, soltanto a vedere arrivare quel piattino con la tazzina al centro, dissolve come un miraggio tutte le tensioni della giornata.
Da autentica purista del caffè, lo gradisce tassativamente senza zucchero. Può fare una concessione appena a un cucchiaino di spuma di latte, quando ha voglia di un caffè più morbido. Ma fin dal suo primo incontro con il caffè, non ha avuto tentennamenti nello scostare la bustina di zucchero.
Anche se non vi deve disciogliere nessuna sostanza dolcificante, non si priva del gesto di girare la bevanda con il cucchiaino: le piace giocare a rallentarne l’assunzione. Troverebbe oltraggioso ingurgitare il contenuto della tazzina così, senza soste, senza diluizioni, senza centellinare il piacere.

Alla scoperta che Roger non avrebbe mai sorseggiato insieme a lei un caffè, lo lasciò andar via. Pur provando, per la prima volta, un irresistibile trasporto verso un uomo, non ce la poteva fare.
Chiuse la trattativa e gli disse che non poteva rimanere in città né per un aperitivo, né per un pranzo all’aperto, né per qualunque altra proposta, perché doveva rientrare in azienda per una serie di appuntamenti.
Passò giorni, settimane, a respingere le sue telefonate.
Poi una mattina, entrando nel suo ufficio, trovò sulla sua scrivania un mazzo enorme di fiori. Un fascio gigantesco, già posizionato dentro un vaso scintillante di vetro di Murano. Ma erano fiori particolari. Da lontano sembravano fiori di legno.
Lilith si mise a osservarli da vicino e, guarda! I petali dei fiori non erano altro che chicchi di caffè.
Centinaia, migliaia di chicchi del suo amato caffè, attaccati con precisione certosina a formare fiori.
Anche gli steli erano rivestiti di chicchi marroni.
Come l’ha scoperto? Chi gli ha svelato il mio segreto così palesemente custodito?
Non c’è paura, preoccupazione sì. Avrebbe voluto mostrarsi, non essere scoperta. Ma il gesto intrigante e galante alimenta la curiosità, assopisce il desiderio razionale di venire a capo del mistero. Irrompe con una forza di attrazione che cancella i limiti rassicuranti di quel che credeva di sé.
E tuttavia non poteva ancora crederci: qualcuno aveva trovato un modo così originale e fantasioso di offrirle il caffè. Non dentro la tazzina, ma addirittura in un vaso da fiori.
Roger meritava davvero quella chance che aveva sempre negato a tutti gli altri.
Ok, non beveva caffè: era completamente fuori scala per il suo sistema di valutazione eppure…
I pianeti cambiano posizione, i soli cambiano posizione, gli stessi sistemi astrali mutano secondo leggi che sono più antiche del tempo. Lilith e il caffè non fanno eccezione."


E per accompagnare questo racconto, ho scelto una ricetta semplice ma capace di donare grande soddisfazione: la piada versione vegan.

Piada

Ingredienti (per 2 piade):
-          200 gr di farina di farro integrale
-          Olio evo, un pizzico di sale
-          ½ cucchiaino di lievito istantaneo bio per pizze e torte salate
-          100 ml circa di acqua tiepida

  
Unite in una ciotola tutti gli ingredienti secchi. Aggiungete un cucchiaio di olio evo e poco alla volta l’acqua (quanto basta per ottenere un impasto morbido ed elastico).
Formate una palla e lasciate riposare per una mezz’ora.
Stendete poi con il mattarello due piade molto sottili. E bucherellate con una forchetta.
Scaldate una padella antiaderente e capiente.
Quando è caldissima, adagiate la piadina e fatela cuocere da entrambi i lati girandola spesso.
Quella che vedete in foto è farcita con crauti in agrodolce. Ma la piada si presta a qualunque tipo di farcitura.




giovedì 16 aprile 2015

...IL TEMPO PRESENTE...

Toccare il cielo con un dito


"Non chiedermi dove vado
Ma portami con te
Non chiedermi dove guardo
Ma mostrami l’orizzonte
Non chiedermi cosa sento
Ma stringimi forte a te
Tutto ha un solo senso 
Ed è racchiuso nelle nostre mani

Il senso di un domani
È racchiuso nel desiderio di oggi 
di attenderlo
senza affanni"

E dopo una carezza poetica al cuore, un pizzico di dolcezza...per il palato...vi propongo un ciambellone vegano ideale per la prima colazione...

Ciambellone vegano all'arancia

Ingredienti:
-       250 gr di farina di farro integrale
-       180 gr di zucchero di canna integrale
-       Un cucchiaio di fecola di patate
-       ½ cucchiaino di vaniglia in polvere biologica
-       Un pizzico di cannella in polvere
-       1 bustina di lievito cremor tartaro per dolci
-       Scorza grattugiata di un’arancia bio
-       Pezzetti di cioccolato fondente
-       200 ml circa di latte di riso/soia
-       60 ml di olio di mais

Riunite in una ciotola capiente la farina, lo zucchero, la fecola, la vaniglia, il lievito, la scorza di arancia, un pizzico di cannella e i pezzetti di cioccolato fondente.
Versate l’olio e poi pian piano il latte di riso/soia fino ad ottenere un impasto morbido. Regolatevi con la quantità di latte (ne occorrono circa 200/230 ml).
Versate in uno stampo oliato e infarinato e infornate a forno caldo a 180^ per circa 35 minuti.
Fate la prova stecchino J


martedì 31 marzo 2015

SI SALVI...CHI PUO'...

Salvarsi dalle proprie prigionie
Per carità…sarà pure accattivante e romantica l’idea della persona che arriva e ti salva...ma, personalmente, non credo molto alla funzione “salvifica” l’uno dell’altro; meglio integrarsi nelle gioie e nei dolori reciproci che compensarsi nei vuoti.
Quando la molla che fa avvicinare due persone è uno stato di bisogno, la storia nasce su un presupposto assai precario e fragile. E’ come iniziare a costruire un palazzo su un terreno argilloso.
Il film “Nessuno si salva da solo” non mi trova d’accordo nell'assunto che il titolo vorrebbe suggerire. Io lo avrei trasformato in “nessuno salva nessuno”. Non si dovrebbe investire chicchessia di questa responsabilità che compete solo a chi vive la sua vita.
Il sentimento Vero può fiorire su terreni sani, in cui sia stato già compiuto un lavoro di bonifica, in cui si siano già estirpati parassiti e radici malate. Un lavoro impegnativo che ogni essere umano dovrebbe affrontare nella piena autonomia e unicità del suo percorso. Solo così ci si avvicina all'altro in virtù di una scelta consapevole e non di uno stato di bisogno che difficilmente può reggere le prove, già di per sé impegnative, di una condivisione quotidiana.  
Quella tra i protagonisti, a me personalmente, non è mai parsa “una Grande storia d’amore”…ok li univa il sesso (fino ad un certo punto, poi manco quello…) e su questa illusione ormonale hanno fondato una pseudo storia.
Nemmeno il fatto di fare figli li ha resi due anime affini. Del resto procreare non è necessariamente sinonimo o garanzia di creazione di Amore.
Delia e Gaetano, quando si sono incontrati, erano due persone bisognose e si sono subito presi (“presi”, non scelti. Lontana da loro, in quel momento, ogni barlume di consapevolezza). Secondo il mio parere, è solo dopo aver fatto a pezzi una storia meramente sessuale che si sarebbe potuto intravedere un possibile germoglio di storia tra due persone che, disinnescati gli artifizi di due corpi piacevoli e di due anime affamate, iniziano a vedersi davvero per come sono.
I temi “crisi di coppia-anoressia-fardelli generazionali”,  si rivelano solo abbozzati, passati in secondo piano rispetto ad una rappresentazione carnale e un po’ troppo superficiale per riuscire a far percepire allo spettatore la profondità e l’oscurità di queste tematiche.
Sul personaggio di Delia si percepisce un simbolo di speranza, di guarigione, di evoluzione soltanto alla fine del film quando in una scena, arrendendosi al fatto di avere fame, riconosce un suo bisogno e si nutre da sola, laddove in una scena iniziale l’avevamo vista passiva, assente, farsi nutrire da lui con un bignè strabordante di crema.
Accorgersi del dolore di una persona ammalata di anoressia non significa semplicemente imboccarle del cibo. Il rifiuto, in quei casi, non è solo un banale capriccio. Ma gli autori preferiscono non addentrarsi in questo tema. Si limitano a rappresentare una reazione scontata. Mettono in scena uno stereotipo. E non discuto l’abilità registica o la bravura nel rappresentare la superficialità. E’ solo che da grandi registi e sceneggiatori mi aspetto sempre quel guizzo di coraggio in più. Ma è un problema mio. Di aspettativa. Un regista, un autore, non sono certo messaggeri inviati direttamente da Psiche e Amore. ;-)
Chiusi e imperterriti nei ruoli interscambiabili di “vittima”/ “carnefice”, “affamata”/“saziante”, Riccardo Scamarcio e Jasmine Trinca hanno interpretato, con credibilità e notevole abilità l’apologia di un declino sentimentale, offrendo un esempio, pur banale, di come sia facile lo sgretolamento di mura erette su fondamenta impervie e immature.

Per contrasto, dopo un film così impegnativo, vi propongo una ricetta molto semplice, che racchiude nella sua freschezza, il sapore della primavera ormai alle porte. E’ stata l’estate scorsa, nel meraviglioso Salento, che ho scoperto la soddisfazione che anche un piatto estremamente semplice può dare, soprattutto se gustato sotto le stelle, una notte di luglio, in una veranda in riva al mare, dopo aver digerito la cena inerpicandosi a piedi  fino al faro di Leuca.

Scorcio del faro di Leuca 
Frisellina mediterranea

Ingredienti:
-          Friselline di farro integrale
-          Pomodorini datterini o ciliegino
-          Olio evo, un pizzico di sale
-          Basilico e origano essiccati
-          Ciotola con acqua per l’ammollo delle friselle

  
Spezzettate i pomodorini, riunitili in una ciotola e conditeli con olio extra vergine di oliva, sale, origano e basilico.
Mettete dell’acqua in una ciotola. Ammollate le friselline (non troppo e non troppo poco) e guarnitele con i pomodori conditi.
Data l’essenzialità della ricetta, è d’obbligo in questi casi la qualità delle materie prime che deve essere eccelsa (olio buono, pomodori idem). Risparmiamo caso mai su una borsa o un paio di pantaloni, ma non sul cibo, un dono che ingeriamo ogni giorno, più volte al giorno ;-)