lunedì 23 giugno 2014

CENT'ANNI....

A cavallo della storia
Prendendo spunto da uno dei temi della maturità di quest’anno, appuntamento che ogni anno è in grado di risuscitare sensazioni sopite di ansia anche in chi quel traguardo l’ha già superato da un pezzo, ho provato a svolgere un esercizio di scrittura. Mantenersi in allenamento è un gioco e una sfida.

1914/2014

Cent’anni è un lasso di tempo davvero considerevole. Il premio nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez, in un medesimo arco temporale, riuscì mirabilmente a narrare le vicende di ben sette generazioni nel suo romanzo “Cent’anni di solitudine”, uno dei più significativi della letteratura del Novecento.
Nel corso del ‘900, così come in ogni epoca storica, si sono susseguiti avvenimenti straordinari e importanti; vicende che, come zattere di esperienza umana, ci hanno traghettato proprio dove siamo arrivati adesso, sulla riva del 2014.
Dal 1914 al 2014 ne è passata di acqua sotto i ponti! Anzi migliaia di ponti, materiali e simbolici, sono stati abbattuti e poi ricostruiti in questi ultimi cento anni. Non solo opere di costruzione di strade, ferrovie e città, ma nel corso di questi cent’anni si è alzata, a volte lentamente a volte impetuosamente, una vera e propria onda di evoluzione che ha interessato ogni ambito di vita sociale e individuale proprio perché in ogni ambito c’erano sfide da cogliere e “maniche da arrotolarsi”.
All’indomani della fine della prima guerra mondiale lo scenario italiano era alquanto desolante: ogni cosa doveva essere rimessa al suo posto. C’erano industrie da convertire, debiti da pagare, malcontenti da sedare.
I focolai non risolti si tramutarono in un secondo incendio a livello mondiale.
I nostri nonni dovettero poi affrontare l’avvento del nazismo, assistere all’ascesa del fascismo; conobbero l’orrore dei campi di concentramento, diventando, per le generazioni successive, preziosi depositari di una memoria da non dimenticare.
Nella seconda metà degli anni cinquanta, a metà del percorso centenario che stiamo cercando di esaminare, iniziò la fase del miracolo economico: aumento della popolazione urbana, sviluppo dell’industria e forte fenomeno immigratorio interno dal Sud agricolo al Nord industrializzato. Purtroppo il rinnovamento tecnologico era ancora una lontana chimera e la questione sociale si deteriorava ulteriormente seminando scie di malavitosa risoluzione.
Dovettero arrivare gli anni Ottanta perché l’Italia potesse conoscere finalmente una fase di ripresa.
Fu in questo periodo che aumentarono i lavoratori autonomi e le donne occupate, il mondo intero assistette alla crescita statunitense; si diede avvio al rinnovamento tecnologico dell’industria e prosperavano i nuovi investimenti.
Forse, considerato come si è poi svolto il successivo ventennio e vista la situazione che ci troviamo a fronteggiare in questo momento storico, si trattò di una ripresa più apparente che reale, più di facciata, superficiale; un miracolo che non andò a incidere sugli assetti sostanziali della società.
Creò un benessere materiale che solo all’apparenza poteva diventare appannaggio di tutti.
Se dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica possiamo considerarci sbarcati quasi su un altro pianeta rispetto a quello che conobbero i nostri antenati, dal punto di vista dell’evoluzione sociale e civile troppi passi da gambero hanno tenuto fermo il percorso verso la modernizzazione e la maturazione del nostro popolo.
A conti fatti, possiamo dire che cent’anni fa non si poteva dare nulla per scontato e per andare avanti era necessario che l’uomo, i singoli uomini, puntassero sul loro coraggio e sulla loro intraprendenza. Erano le singole eccellenze che dovevano darsi da fare per condurre la comunità verso nuovi traguardi. Ora che tutto viene dato per scontato perché tutto è apparentemente risolvibile e raggiungibile, almeno a livello individuale, occorre far leva sullo spirito comunitario per non disperdere ciò che la comunità umana ha saputo, in tutti questi anni, conquistare.
Se volessimo raffrontare le sfide di ieri e di oggi, quelle che l’uomo si trovava davanti cent’anni fa si chiamavano guerra, ricostruzione, fame, miseria, ignoranza, analfabetismo. Oggi, oltre a dover ancora fronteggiare questi mali universali, che inesorabilmente fanno parte del tessuto umano, di ogni epoca e di ogni luogo, l’uomo del 2014 deve inoltre affrontare gli effetti collaterali dei suoi stessi progressi: inquinamento, collasso urbanistico, speculazione, avarizia materiale.
Ogni epoca si porta appresso il suo bagaglio di conquiste, ma anche il fardello di ciò che non è stato fatto in maniera giusta ed equilibrata.
Ci sono cose che nel breve periodo danno grande risultato, ma nel lungo raggio rivelano le loro anomalie e debolezze.
Nel corso degli anni ci siamo resi consapevoli della grandezza del nostro patrimonio artistico e culturale, abbiamo sfruttato il nostro capitale di creatività e di saperi e questo ci ha permesso di essere presenti al tavolo delle maggiori potenze del pianeta.
Ma quelli che sono i mali e le vergogne ereditate dalla storia recente restano come macchie indelebili nel nostro tessuto sociale: la piaga della criminalità organizzata, le inefficienze dell’amministrazione pubblica, la litigiosità delle classi politiche, un fievole senso civico e la scarsa attenzione al rispetto dell’ambiente. 
Nel corso di questi cento anni, insomma, gran parte delle questioni vissute e affrontate dai nonni e dai bisnonni di oggi, rappresenta tuttora una sfida per i loro nipoti e per le generazioni alle porte. Marquez raccontava i “cent’anni di solitudine” di una famiglia segnata da un destino ineluttabile; noi potremmo raccontare i cent’anni di un popolo vissuto a cavallo tra grandi progressi ed eterna barbarie. Sono i cent’anni di un popolo che è caduto, si è rialzato, ha vinto ed ha perso, che ha conosciuto ogni sorta di vento politico, ha issato bandiere con ogni tipo di simbolo e coltivato speranze che sono poi quelle di ogni tempo. 
Sicuramente abbiamo molte più opportunità rispetto a quelle che c’erano cent’anni fa. Ma questo è nella natura stessa dei tempi e del progresso. E’ qualcosa che potremmo definire scontata, quasi banale. Non lo è, invece, la possibilità effettiva, concreta di mettere poi a frutto quelle opportunità per avanzare in termini di benessere generale e non soltanto elitario.
Ciò che fa la differenza è la capacità di fare in modo che quelle opportunità siano di tutti e che contribuiscano ad accorciare le disuguaglianze sociali e a creare maggiore benessere, non solo in termini monetari, ma anche in termini di qualità della vita e attenzione alla persona.
Da questo punto di vista ne abbiamo ancora molta di strada da compiere per arrivare, chissà, alle soglie del prossimo centenario con un bagaglio di occasioni più ricco e un fardello di errori meno pesante. Ma di questo ne potranno parlare solo le generazioni future.

Un libro importante
Dopo quest’esercizio di scrittura, direi che è giunto il momento di andare in cucina per prepararci una merenda o la colazione di domani…che ne dite di biscottini con farina di miglio, succo d’arancia e semi di sesamo? Senza latte, uova e burro…

Biscotti con miglio, arancia e semi di sesamo

Ingredienti:
-          4 cucchiai di farina di miglio
-          4 cucchiai di farina di farro integrale
-          ½ bustina di lievito biologico per dolci
-          4 cucchiai di zucchero di canna integrale
-          succo di 2 arance
-          2 cucchiai di semi di sesamo
-          50 ml di olio di semi di mais


Mescolate in una ciotola farine, zucchero, lievito e un pizzico di sale.
In un altro recipiente unite il succo d’arancia, l’olio e i semi di sesamo.
Versate i liquidi nelle farine e mescolate con cura, aiutandovi, per impastare bene, con altra farina.
Il composto è morbido. Va lavorato con delicatezza: prendete un po’ di impasto alla volta e ricavatene dei biscottini (nella forma che più vi piace…io ho fatto delle stelline). Se occorre aiutatevi aggiungendo altra farina. Infornate a forno caldo a 170^ per 15/20 minuti.


giovedì 12 giugno 2014

....RIMUOVERE LA POLVERE DALLE SUPERFICI...

...leggendo...
John Fante invitava a chiedere alla polvere ciò che non si riesce a ricevere dalla vita, dalle cose, dalle persone che ci circondano; forse essa è in grado di suggerire una risposta razionale e soddisfacente agli interrogativi umani?
Perché c’è ingiustizia nei sentimenti? Perché alcune persone si votano alla sofferenza? Perché esistono gli emarginati, il male, i terremoti, la miseria, la povertà? Perché un sogno non può essere trasferito nella realtà solo per mano dello scrittore che gli dà forma, voce e quindi forza?
Perché Arturo Bandini ama Camilla, che invece ama un altro uomo, tra l’altro immeritevole e che lo respinge?
In uno spazio compreso tra l’albergo sgangherato in cui vive, le strade polverose di Los Angeles e luoghi tanto squallidi quanto pregni di veridicità, e in un tempo che è quello della Grande Depressione, l’aspirante scrittore dà corpo ed anima a personaggi perduti e irrequieti, folli e disperati, e con essi interagisce, ora odiandoli, ora amandoli, ora inseguendoli, ora tentando di salvarli o di cancellarli, proprio come il deserto capace di spazzare via il ricordo col vento, il caldo e il freddo.
In ogni tempo, in qualunque città si trovi a vivere la sua esistenza…l’essere umano è continuamente esposto alla grettezza, sua e di coloro in cui inciampa, lungo il suo cammino.
La passione, l’ispirazione, la creazione letteraria possono supplire alla fame di risposte e al vuoto di fama dell’aspirante scrittore che qui diventa emblema dell’uomo che tenta, con tutte le sue forze e i suoi mezzi, di barcamenarsi nella giungla del vivere, alla disperata ricerca di un riscatto, di una rivendicazione sociale.
E se ciò che si desidera non lo si trova nella realtà…perché non inventarselo? Dentro ad un romanzo tutto può andare esattamente come vorremmo.  Ad una condizione: che a scriverlo siamo noi stessi, con la penna o con l’immaginazione.
E un romanzo può anche diventare un quadro, una musica, una poesia, un ricamo.
Un’esistenza di mera superficie è esposta al logorio del tempo; in più ci sono polveri sottili che ogni giorno si depositano dentro e fuori le pareti del nostro spirito. L’espressione artistica, quando propria ed autentica, è lo strumento in grado di donare colore, vivacità ed entusiasmo.  E’ l’universo parallelo dove coltivare  tutto ciò che ci dona energia per poi impiegarle in quest’altro nostro universo, che sta sopra e sotto i nostri piedi. 
Ora, tra una pagina e l’altra del vostro romanzo o tra un’ispirazione artistica e l’altra, che ne dite di stuzzicare qualcosa?
Anche in cucina può trovare sfogo la propria libera espressione.
Vi propongo delle polpettine di quinoa alle verdure e cupoletta di gelato ai ceci.


...cucinando...
CUPOLETTA DI GELATO AI CECI
Ingredienti:
-          1 confezione di ceci lessati
-          1 yogurt di soia al naturale
-          2 cucchiai di olio evo, un pizzico di sale
-          Limone
-          Origano

Basta frullare gli ingredienti e versare il composto nei pirottini di carta. Lasciate in freezer un quarto d’ora/venti minuti e poi servite, decorando con scorzette di limone e semini di lino e/o girasole.

POLPETTINE DI QUINOA
Ingredienti:
-          quinoa lessata
-          carote, zucchine, patate
-          pangrattato
-          lievito alimentare in fiocchi
-          erbe aromatiche
-          olio, un pizzico di sale
-          salsa tamari

Lessate la quinoa (per un tocco esotico, come liquido potete usare metà dose di acqua e metà dose di latte di cocco).  Vi consiglio di prepararla in anticipo (la mattina o anche la sera prima) così si amalgamerà meglio.
Lessate le patate. Quando cotte, sbucciate, schiacciatele e fate raffreddare.
Grattuggiate le carote e le zucchine. Fatele appassire in un tegame con un filo d’olio ed erbe aromatiche a scelta.  Insaporite con la salsa tamari.
Riunite poi la quinoa, le verdure e le patate in un ampio recipiente. Aggiungete il lievito alimentare in fiocchi. Formate delle polpettine, passatele nel pangrattato, ponetele in una teglia con la carta da forno e passatele in forno caldo per 10/15 minuti.  


lunedì 12 maggio 2014

...LA CURA DEI DETTAGLI...

Faraglioni di Capri

Presi come siamo dal traffico della vita quotidiana spesso ci dimentichiamo o ci sentiamo “costretti” a sorvolare sui dettagli.
Ma è proprio dentro a quei piccoli dettagli che risiede una grande opportunità: quella di mettere cura e attenzione in qualcosa per sentirci “centrati”.
E’ proprio nelle normali attività del vivere che potremmo concretizzare quell’aspirazione alla calma che il più delle volte invece deleghiamo solo a occasionali pratiche meditative o a momentanee esperienze di riflessione.
La sfida è riuscire a mantenersi concentrati anche mentre si sta svolgendo la vita “attiva” (non solo durante la sospensione volontaria di ogni attività). Nelle esperienze di lucida presenza, oltre a fare, ci accorgeremmo di essere.
Nel campo dell’alimentazione, trascurare i dettagli ci espone al rischio di accostarci ai cibi senza la dovuta attenzione e senza quella sana curiosità che una vera scoperta (o riscoperta) dei sapori richiede.
Mangiare frettolosamente, qualunque cosa capiti…”tanto per toglierci l’impiccio”…è un modus operandi che riempie sicuramente la pancia, ma non nutre lo spirito e a lungo andare ci priva di quelle emozioni che “il mangiar bene” (con cura, calma e interesse) ci può invece procurare.
Nella preparazione del piatto semplicissimo che vi propongo oggi, ho cercato di mettere in pratica questo principio e allora ho dato attenzione ai dettagli, alle luci, alla disposizione dei pochi ingredienti nel piatto…ho dato attenzione al mio pasto che si è dunque arricchito di un valore aggiunto: quello di averlo consumato con distensione e sappiamo quanto questo sia importante, (spesso al di là del contenuto stesso del piatto…ma questa è una nota personale…;-)), ai fini di una buona digestione.

Cena con atmosfere zen
Ingredienti:
-       Riso rosso integrale
-       Lenticchie lessate
-       Spinaci lessati
-       latte di riso
-       olio evo
-       un pizzico di sale
-       erbe aromatiche
-       limone


Lasciate il riso rosso integrale in ammollo per un’ora circa. Poi lessatelo in acqua leggermente salata, scolatelo una volta cotto (ci vorranno circa 20/25 minuti) e tenetelo da parte (per ogni dose di riso ci vogliono tre dosi di acqua).
Preparate il pesto di spinaci: frullate gli spinaci (precedentemente lessati) con olio, erbe aromatiche e qualche cucchiaio di latte di riso (o yogurt di soia bianco se lo volete più denso).
Scaldate le lenticchie con un filo d’olio, un pizzico di sale, un po’ di origano e qualche scorzetta di limone.
Servite il riso con il pesto di spinaci e le lenticchie.





mercoledì 19 marzo 2014

...AB ORIGINE...

Tramonto spoletino
…ci sono persone che arrivano a vergognarsi della propria origine…
…altre ne fanno motivo di vanto…altri la rinnegano…
Qualcun altro della propria origine arriva invece ad approfittarsene…
Poi c’è chi la rispetta ma riesce, nella sua personale evoluzione, a far germogliare il “nuovo” da un seme “antico”.
Nella giornata dedicata ai papà che sono, insieme alle mamme, la nostra origine (almeno qui, terrena) vorrei dedicare un pensiero alla tenerezza.
Quel moto dell’anima che, se lo accogli, ti può far commuovere…ti può far mettere nei panni dell’altro, ti predispone alla comprensione. La tenerezza soffia una brezza di primavera nell’aria spesso pesante e stagnante delle nostre stanze interiori.
La tenerezza vive nel pensiero di quell’abbraccio che spesso non hai il coraggio di elargire…si alimenta delle nostre intenzioni benevole, dei nostri propositi di pacificazione.
La tenerezza spesso è oscurata dall’orgoglio, dalla distrazione, dalla pigrizia.
La tenerezza è un bacio sfiorato, una zampetta che si protende, un sorriso sconosciuto, una difficoltà percepita, un messaggio sottinteso, un'emozione confessata.
Oggi la maggior parte delle persone investe le proprie energie nel rimandare agli altri un’immagine di sé il più possibile forte, sicura, determinata, magari anche poco vulnerabile. Non ci fermiamo mai a pensare a quanto, invece, potrebbe fare la tenerezza in termini di armonia generale.
Come non bisognerebbe mai vergognarsi delle proprie origini, sulle quali non abbiamo né colpe né meriti, così non bisognerebbe mai lasciar evaporare da noi i moti della tenerezza.
Essa ci viene sempre in soccorso per rendere la nostra vita più leggera, più morbida. Facciamoci trovare sempre con le braccia ben aperte per accogliere il suo abbraccio.

La ricetta che vi propongo oggi è un dolce che si colloca a metà strada tra la torta di mele e la crostata di frutta.
…un mix di consistenze che vi lascerà alquanto stupiti. Ringrazio la mia collega di blog “Merenda di Jessie” (http://merendadajessie.blogspot.it/) per avermi suggerito la ricetta di base che mi sono permessa di personalizzare.

Crostata vegan alle mele
Ingredienti:

Per il ripieno:
2 mele piccole o una grande(preferibilmente rosse)
2 tazze di acqua
¼ di tazza di amido di mais
¾ di tazza di zucchero di canna integrale
2 cucchiai di succo di limone
un cucchiaino di vaniglia in polvere
un pizzico di sale

Procedimento:
Preparate la frolla come nel post segnalato. Poi tagliate le mele a fettine sottili e irroratele col succo di limone. Versate l'acqua in un tegame e mettete sul fuoco a fiamma media. A parte mescolare lo zucchero di canna integrale, l’amido di mais, la vaniglia e un pizzico di sale. Aggiungete questa miscela all'acqua e fate bollire per qualche minuto mescolando continuamente. Aggiungete le mele e fate bollire a fiamma bassa per circa 5/6 minuti. Lasciate reffreddare questa miscela.
Stendete la frolla in una tortiera rivestita di carta da forno lasciando da parte un po' di impasto per le striscioline. Bucherellate la base con una forchetta e versare il composto alle mele. Decorate a piacere con le strisce di frolla ed infornate in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti. Fate raffreddare e cospargete a piacere con zucchero a velo.




lunedì 3 febbraio 2014

...QUESTIONE DI LIBERE SCELTE...

La vera libertà passa attraverso tragitti anche tortuosi

“Non c’è vera libertà senza libertà di scelta. E non c’è vera libertà di scelta senza conoscenza. (Dott. Michele Riefoli)

…quando si compie una scelta che riguarda noi stessi e quella scelta ci fa stare bene dovremmo goderci il benessere, testimoniarlo (quel benessere), magari fungere da esempio e forse… fermarsi lì. Non andare pericolosamente oltre, se non si è in grado di affrontare quell’OLTRE in maniera veramente costruttiva. Infatti, oltre ci può essere la superbia, l’arroganza. Oltre si rischia di diventare presuntuosi, di elevarsi, di giudicare.
Il giudizio è causa di tanti malesseri.
Fa stare male chi ne è vittima, ma alla lunga anche chi ne è autore paga lo scotto dei suoi giudizi. Se il GIUDICATORE impiegasse meglio le sue energie non ci sarebbero ristagni nel suo pensiero, non si produrrebbero fermentazioni nocive per il suo spirito e il suo stomaco.  
C’è modo e modo, in tutte le cose. Anche il bene può essere propagato in un modo giusto e in un modo sbagliato. Nel primo caso aumenteranno le aree di benessere intorno a noi. Nel secondo non solo non si contribuirà al benessere di nessuno, ma il messaggio che passerà sarà di profonda contraddizione con lo scopo stesso che ci si voleva prefiggere.
Quando scegliamo di abbracciare uno stile, una causa, un comportamento che reputiamo “nobile, giusto”, non dimentichiamo mai di mantenerci anche umili.
Quando grazie alla conoscenza si diventa in grado di scegliere, insieme alla libertà di scelta non dimentichiamoci di praticare il sano rispetto per le scelte altrui.
Solo così la cosa più giusta sarà anche la più saggia.
La giustizia senza saggezza è come una preghiera senza la fede o come una poesia senza l’ispirazione.
La citazione iniziale è di un docente che vi ho già presentato (in questo post http://terryesprime.blogspot.it/2013/09/lauspicabile-leggerezza-dellessere.html) che riesce a trasmettere le sue conoscenze approfondite in materia di alimentazione e benessere naturale in maniera non solo chiara e semplice, ma anche con profonda umiltà e con rispetto, permettendo così a chi attinge alle sue fonti di scegliere in modo davvero libero e consapevole, senza perdere di vista l'unicità del proprio percorso e il rispetto per quello degli altri.

Oggi vi propongo un piatto unico composto, in cui ho abbinato uno pseudo cereale, la quinoa, che vi ho già proposto in altre occasioni (come questa http://terryesprime.blogspot.it/2013/11/osservare-e-un-pomeditare.html o questa http://terryesprime.blogspot.it/2013/05/la-primavera-viaggia-su-una-barca-vela.html) con due diversi vegetali (il finocchio e il cavolo rosso).  

Quinoa e trittico vegetale

Ingredienti:
-       quinoa (io uso quella che non ha bisogno di ammollo)
-       cavolo rosso
-       finocchi
-       erbe aromatiche
-       olio evo
-       salsa di soia
-       per il patè di cavolo rosso: olive nere, capperi, pinoli

Sciacquate, versate la quinoa in una pentola, aggiungete acqua (per ogni volume di quinoa, ce ne vogliono almeno due di acqua) e cuocete. Potete sostituire un volume di acqua con altrettanto di latte di cocco per un gusto un po’ più dolce ed esotico. Ci vorranno circa 15/20 minuti per la cottura.
Potete servire la quinoa con un trittico vegetale: finocchio e cavolo rosso stufati e patè di cavolo rosso.
Per il finocchio:
lavate e tagliate a striscioline il finocchio e stufatelo in un tegame con un filo d’olio, un po’ d’acqua ed erbe aromatiche a scelta (io ho usato un po’ di origano).
Per il cavolo rosso:
tagliatelo a strisce e stufatelo in un tegame con un filo d’olio, acqua, un cucchiaio di salsa di soia.
Potete poi frullare parte di questo cavolo rosso con un cucchiaio di lievito alimentare secco, qualche oliva nera, qualche pinolo e una manciatina di capperi dissalati.





giovedì 9 gennaio 2014

....IL NUOVO NON BUSSA SEMPRE ALLE PORTE... MA ENTRA

Mare e scogli di Santa Marinella
A parte i tipi estremamente temerari che non si lasciano intimorire/scalfire da niente e da nessuno e ai quali il NUOVO non scompiglia nè capelli né pensieri, il NUOVO mette sempre un po’ d’ansia.
Che sia un’ansia manifesta, tenuta sepolta, nascosta, negata, ignorata…comunque sia, essa diffonde i suoi germogli dentro e/o fuori di noi.
Ci vuole tanto coraggio per affrontare le novità. E fiducia. Occorre lasciarsi andare. Cavalcare l’onda invece di lasciarsi sopraffare da essa.
Mettersi fuori dall’onda è pericoloso. Tentare di respingerla vano. Tanto vale posizionarvisi sopra e seguire il flusso.
Ci sono persone per i quali il NUOVO può essere semplicemente un piatto diverso dal solito, un modello di scarpe mai indossato o una pettinatura mai osata.
Poi c’è il NUOVO che investe i rapporti di lavoro: un nuovo collega, un nuovo incarico, un nuovo capo. Il NUOVO che si annida nella crescita dei figli, nella maturazione dei propri genitori, quello che avanza dinanzi allo specchio lasciando i suoi segni sulla pelle. E c’è soprattutto il NUOVO che plasma i nostri atteggiamenti.
E’ innegabile: ogni giorno c’è qualcosa di NUOVO che si affranca alla nostra vita. Non fosse altro che la data sul calendario o un qualcosa di cui ci accorgiamo, il nostro quotidiano è pieno, se li sappiamo cogliere, di piccoli germogli di novità.
Per coglierli dobbiamo superare gli schemi mentali, i modelli preconfezionati di realtà, accettare di penetrarla, non solo nella sua fecondità, ma anche nella sua mutevolezza. Non possiamo adagiarci su quella rappresentazione delle cose che le vorrebbe per sempre immutabili e ferme, perché significherebbe barricarsi dietro una visione distorta della realtà: questa muta inevitabilmente, anche senza aspettare che si sia pronti al suo moto.   
Impratichirsi con tutto ciò che per noi rappresenta qualcosa di NUOVO significa allora fare esperienza e imparare man mano a gestire quell’ansia naturale che si attiva non appena un qualunque ordine precostituito viene minacciato da qualcosa.
Quando nulla cambia significa che anche noi non stiamo cambiando.
L'inatteso (in quel di Viterbo...)
Il nuovo è nella natura stessa della vita, inattesa e palestra “del saper vivere il cambiamento”.
Viviamo per cambiare ogni giorno, per assemblare dentro di noi ogni nuova cosa, aspetto, esperienza e così arricchirci, non di denaro, ma di “essere” e di “saper essere”.
Spesso può costare anche dolore, disagio, inquietudine. E dove non c’è cambiamento non c’è evoluzione, ma stasi.
Anche a tavola possiamo allenare la nostra capacità di accogliere i cambiamenti aprendoci a sapori e piatti nuovi. Tra l’altro,  spesso, dietro pietanze inusuali, si nascondono ottime proprietà nutritive.
L’amaranto, per esempio, oltre ad essere buono ed altamente digeribile, è anche ricco di proteine e contiene elevate quantità di lisina, calcio, fosforo, magnesio e ferro. Non contiene glutine e abbonda di fibre.

Tortino di amaranto con trittico vegetale
Ingredienti:
-       amaranto
-       zucchine
-       cipolla
-       erbe aromatiche (origano, basilico, rosmarino)
-       crema di riso
-       olio evo, un pizzico di sale
-       salsa di soia shoyu biologica
-       fagioli azuki


Versate l’amaranto in una pentola, aggiungete acqua (nella dose indicate nella confezione. Io ho cotto 250 gr di amaranto in 625 ml di acqua), erbe aromatiche a scelta, un pizzico di sale e portate a bollore. Ci vorranno circa 30 minuti per la cottura.
Poi versate nelle formine e lasciate freddare così che l’amaranto si compatti.
Potete servire l’amaranto con zucchine stufate in padella, patè di zucchine e nocciole e fagioli azuki.
Per le zucchine: versate in un tegame un filo d’olio e un po’ di cipolla; aggiungete la zucchina a dadini, basilico, origano, un po’ d’acqua e rosolate. A fine cottura versate un filo di salsa di soia shoyu.
Per il patè: frullate parte delle zucchine di cui sopra con qualche nocciola e due cucchiai di crema di riso.
Per gli azuki: una volta cotti, saltateli in padella con un po’ di cipolla, rosmarino e un pizzico di sale.





lunedì 16 dicembre 2013

QUEL VIAGGIO CHE INIZIA DA DENTRO....

Orizzonti 
A volte capita che mi si accende quello sguardo bramoso sul mondo che mi fa desiderare di essere in mille posti diversi per assorbire quanta più vita possibile…in quelle occasioni vorresti sapere…conoscere…andare a vedere di là…affacciarti di qua’…respirare tante altre “arie” per arricchire l’atmosfera nella quale evapora la nostra essenza…tra ossigeno e libertà…tra aromi, profumi, odori, colori e rumori…curiosare tra banchi, tessuti e specialità…ascoltare voci, dialetti, rumori…nascondersi tra lenzuola stese al vento, perdersi nello sguardo di chi ti cammina accanto, rincorrersi in vicoletti sgangherati o sorseggiare un tè in una piazza che conserverà per sempre il sapore dei giorni sereni…
…il viaggio è stupore e meraviglia, è protendersi e abbandonarsi, è l’arricchimento che più voglio mettere dentro le mie tasche vuote…è l’orizzonte con cui voglio riempire i miei occhi…il faro, sempre acceso, della conoscenza…il viaggio ci trasforma, ci rende partecipi, adattabili, maturi.
Non il viaggio da turista, comunemente inteso. Ma quello affrontato come se si diventasse parte stessa del luogo verso cui tendiamo.  
Quello che ti avvicina alle storie, ad altre culture, in cui ti cali in un diverso vissuto prima ancora che estasiarti davanti a elaborate architetture.
In questo senso ogni incontro, ogni angolo (anche della propria città) può diventare occasione di viaggio, se oltre alle nostre gambe e ai nostri occhi, sapremo farci sostare per un pò la nostra anima.


E dopo un qualsiasi viaggio, della mente e/o del corpo, perché non rifocillarsi con un piatto energetico, semplice, gustoso e naturale?
Per esempio un bel piatto di spaghetti alla zucca…
Spaghetti zuccosi ;-)
Ingredienti:
-       spaghetti di kamutt
-       zucca
-       cipolla
-       erbe aromatiche
-       (a piacere lievito alimentare secco in fiocchi)
-       olio evo, un pizzico di sale

In un tegame fate appassire la cipolla affettata in un po’ d’acqua con un filo d’olio. Aggiungete la zucca tagliata a pezzetti, qualche erba aromatica a scelta, un pizzico di sale e fate stufare. Potete aggiungere un filo di latte di riso per un risultato più cremoso.
Lessate al dente gli spaghetti di kamutt.
Conditeli con la zucca e una spolverata con lievito alimentare secco (che sostituisce il parmigiano).