giovedì 31 marzo 2016

AMPI RESPIRI

Panorami d'ampio respiro
...quando vorresti dire troppe cose, forse è il momento di dare voce al silenzio...quando vorresti fare troppe cose, forse è il momento di fermare l'azione...
Il nocciolo dello stress è quello: non sapersi fermare. E allora partono le corse, i tanti, troppi input che si vogliono inseguire, le mille aspettative da non deludere...che poi, spesso, le aspettative sono solo fantasmi creati dalla nostra mente “(iper)perfezionista”. Quando si riesce a mollare la presa, ci si imbatte in una scoperta sorprendentemente rassicurante: il mondo, la nostra vita, va avanti lo stesso, anche se ci togliamo quelle scarpe-da-corsa-tuttofare, se decidiamo di dimezzare gli appuntamenti, se rimandiamo quell’impegno pseudo urgente a domani, se anziché entrare nel turbinio isterico delle faccende scegliamo di adempiere ad un solo, essenziale, imprescindibile, compito: respirare.
Nei momenti in cui il corpo, la mente, tutto il nostro essere, sta rischiando il tilt, l’unica cosa di cui dovremmo occuparci è il nostro respiro. Accorgersi di esistere. In quei momenti, occorre solo riprendere contatto con la terra, sentire che i piedi sono ben piantati a terra, che abbiamo delle mani con cui sentire la nostra pancia, un naso con cui inspirare e una bocca dalla quale far uscire l’aria, oltre a tutta quella polvere che lungo le corse del quotidiano attiriamo sulle pareti del nostro corpo.
Lo so, lo so: facile a leggersi nei manuali di yoga o a dirsi, ma nella pratica è così difficile! E’ difficile eppure tanto banale interessarsi al proprio respiro. Lo abbandoniamo lì, come un qualcosa che è inserito con il pilota automatico e del quale non occorre preoccuparsi.
Solo quando si cominciano ad avvertire i disagi legati ad una cattiva respirazione (tensione all’addome, ansia, senso di confusione mentale, ecc.) ci si rende conto che quel pilota automatico, in realtà, ha bisogno del nostro intervento.
E non serve nemmeno chiudere il mondo fuori e stendersi su un tappetino (…anche se a volte è una bella cosa anche questo…) per imparare, man mano, a respirare bene; basta portare l’attenzione dentro questa semplice azione. Qualunque cosa si stia facendo, proviamo a non perdere il contatto con il nostro respiro, accompagniamolo affinché esso, a sua volta, ci conduca verso un auspicabile stato di calma consapevole.
E a proposito di calma…vi propongo una ricetta che ha davvero bisogno di calma e di attenzione per la sua preparazione.
…si può praticare meditazione anche cucinando...(purché lo si faccia “essendoci”, respirandovi dentro)!! ;-)

Dolci morbidi/croccanti

TORTA VEGANA ALLA FRUTTA SECCA
Ingredienti:
100 gr di farina di grano saraceno
200 gr di farina di farro
50 gr di fecola di patate
1 bustina di lievito per dolci
50 gr di sciroppo di mais
1 pizzico di sale
scorza d’arancio
100 gr di olio di girasole
300 gr di latte di soia alla vaniglia (o altro vegetale)
100 gr di mandorle tritate a farina
100 gr di noci tritate a coltello
Procedimento:
Miscelate le farine assieme al lievito, al pizzico di sale, e alla scorza grattugiata d’arancio;
frullate le mandorle e le noci grossolanamente e aggiungetele al resto.  
Emulsionate il latte di soia con lo sciroppo di mais e l’olio, sbattete fino a quando diventerà tutto molto fluido ed amalgamato, a questo punto unite al resto degli ingredienti secchi girando energicamente con una frusta fino a formare un impasto fluido ma denso. Infornate a 180^ per circa 40 minuti. Fate la prova stecchino.



martedì 9 febbraio 2016

IL TEMPO FRAGILE

la foglia che giace

“Si sta come d’autunno, sugli alberi, le foglie” (Ungaretti)

…Può sembrare un pensiero pessimistico, negativo, avvilente…
In verità…letto in chiave zen assume tutto un altro significato.
Prendere atto della realtà (almeno di quella che conosciamo nella dimensione del “presente”) non significa che essa, pur labile, non possa assumere nel contempo, contorni di gioia, di profondità, di straordinaria esperienza umana.
L’immortalità risiede nel continuo mutamento…
Delle cose…
Della vita…
Dei rapporti…
Delle dimensioni…
Delle forme…
Delle visioni e dei colori…
“Rassegnarsi” alla fragilità insita della vita non deve rivelarsi un processo mentale deprimente.
Anzi, forse proprio la mancanza di garanzie rispetto “ad un domani che verrà” può costituire uno stimolo per vivere al meglio, in modo pieno, il proprio tempo, sempre.
Non aspettare…
Rendersi presenti al proprio ATTUALE.
Riempire o svuotare a piacimento il PRESENTE, senza rimandare sempre tutto ad un ipotetico FUTURO…
La vita è quella che scorre…non quella che prevedi possa scorrere un dì…

Istantanee di eternità
La vita è ciò che ti accade mentre sei impegnato a realizzare altri progetti” cantava John Lennon….
In realtà, spesso, non siamo ‘presenti’ nel qui ed ora e, dando per scontato che ci sarà un tempo per sistemare, per decidere, per fare, diventiamo poco consapevoli di ciò che ci sta succedendo nel frattempo. Rimanere connessi con le sensazioni del nostro corpo, le nostre emozioni, i nostri pensieri è un modo per affrontare il quotidiano in modo costruttivo. Assecondare il qui ed ora è un modo per prendersi beffa delle folate di vento sempre pronte a soffiare sull’albero della nostra vita…

Tentativi 
Oggi vi propongo una ricetta in grado di rinfrancare corpo e spirito dopo una giornata in cui la freddezza, magari, non è stato solo uno stato dell’aria atmosferica.

Minestra cavolo nero e cannellini

Ingredienti:
-       cavolo nero
-       fagioli cannellini già lessati
- brodo vegetale (o anche acqua)
-       olio, sale

Preparazione:
Versate in un tegame (basso e capiente) dell’olio extra vergine di oliva; adagiatevi il cavolo nero lavato, strizzato e tagliato a pezzetti. Aggiungete mezzo bicchiere di acqua (o di brodo vegetale) e fate stufare con il coperchio.
Quasi a fine cottura del cavolo, aggiungete i fagioli cannellini, una spolverata di sale e, a piacere, di pepe. Se occorre aggiungete altro liquido (brodo o acqua calda)
Servite con fette di pane tostato.




lunedì 28 dicembre 2015

LUOGHI DELL'ANIMA...


Non dite: “Ho trovato la verità”, ma piuttosto “Ho trovato una verità”.
Non dite: “Ho trovato il sentiero dell’anima”, ma piuttosto, “Ho incontrato l’anima in cammino sul mio sentiero”.
Poiché l’anima cammina su tutti i sentieri.
L’anima non procede in linea retta, e neppure cresce come una canna.

L’anima si schiude, come un fiore di loto dagli innumerevoli petali. (Kalhil Gibran)

Ci sono luoghi dove vorresti tornare sempre. Può essere un angolo della casa, una città dall’altra parte del mondo o quel luogo disegnato da due braccia attorno alle quali vorresti stringerti forte. Spesso non conta la collocazione geografica per assaporare il gusto morbido e carezzevole che può regalare quel momento di perfetta fusione tra il proprio sé che si vede in superficie e quello che si sente nel profondo.
Mi riferisco a quello stato dell’essere che ognuno di noi sa di poter raggiungere soltanto in quel posto preciso. Lì siamo liberi, felici incondizionatamente; quando sentiamo di essere proprio lì dove vorremmo trovarci, non distratti, non protesi altrove.
Più che un luogo fisico, raggiungiamo un luogo dell’anima. Un allineamento tra il tempo, il luogo e il proprio abbandono.
Il bimbo che si stringe al seno della madre sente che quello è il suo luogo, il posto dove vive la sua pace.
Il viaggiatore solitario la può ritrovare osservando e penetrando il cielo dalla cima di una montagna o l’orizzonte oltre la linea del mare o le onde spumose dell’oceano o ascoltando il silenzio di una notte estiva rotto dal frinire delle cicale.
Un musicista di strada la può conquistare liberando le sue note blues tra i rumori metropolitani di New York.
Uno scrittore la può percepire sotto le sue dita nel momento stesso in cui riceve la visita improvvisa di un’ispirazione inattesa. Prende carta e penna, scrive e in quelle pagine trova conforto, la sua quiete.
Il pittore costruisce mille luoghi dell’anima con le sue pennellate; in ognuno di essi c’è un pezzo di sé.
Un genitore spesso assente che in un pomeriggio d’autunno  ritaglia un’ora del suo tempo dal suo planning lavorativo e si ritrova ad attendere il suo bimbo all’uscita di una scuola, vedrà ripristinare il senso delle cose da quel sorriso innocente che celebra la sua presenza. In quel momento, lì, davanti a quel cancello, uno di noi vivrà un momento di pienezza...i suoi piedi, avvezzi a calpestare con forza luoghi fisici, avvertiranno la leggerezza che può donare un luogo dell’anima.
Ci sono momenti in cui non conta più il mondo esterno, visibile, reale; spazi senza tempo e senza luogo in cui ci si guarda dentro e ci si riappropria del vero sé.
E allora, come se fossimo dietro una cascata, osserviamo scorrere il flusso dei nostri pensieri. Questi non ci sommergono più, lasciandoci stanchi, naufraghi e bagnati. E’ uno scorrimento calmo. Lento. Aperto alle opportunità. Possiamo decidere di rimanere fermi dietro la cascata  o di lasciarci raggiungere da qualche schizzo di acqua o di immergerci per affrontare le rapide, abbandonandoci al flusso della nostra vita. In ogni caso, vivremo con consapevolezza le opportunità scoperte o riscoperte grazie al nostro luogo dell’anima. 


Acqua, terra, montagne, vento, movimento
La ricetta di oggi allieterà il vostro palato, in qualunque luogo dell’anima deciderete di assaporarla…una torta morbida e croccante allo stesso tempo.

Torta simil sbrisolona vegan

Ingredienti per la pasta:
70 g di olio di mais
100 g di zucchero di canna Dulcita
250 g di farina di semi o integrale
60 g di farina di grano saraceno
½  cucchiaino di bicarbonato
50 g di latte vegetale
1 pizzico di sale
Uvetta passa (o pezzetti di cioccolato fondente)
Ingredienti per la crema:
100 g nocciole tostate
50 g di cacao
80 g di zucchero di canna Dulcita
100 ml latte vegetale
2 cucchiai olio di mais


Procedimento:

Per la crema frullate nel mixer le nocciole fino a ridurle a crema, poi unire gli altri ingredienti fino ad ottenere una crema il più liscia possibile. Tenete da parte.
Per la pasta mescolate in una ciotola l’olio, il latte vegetale, lo zucchero, le farine, l’uvetta passa o pezzetti di cioccolato fondente, il bicarbonato e il sale. Si otterrà un impasto piuttosto “sbricioloso”, non compatto. Rivestite uno stampo da crostata di 20 cm di diametro con carta da forno e versate sul fondo metà delle briciole, livellatele con un cucchiaio e ricoprire con tutta la crema alle nocciole. Sopra mettete le briciole di pasta rimanenti senza schiacciare troppo. Infornata e a 180° per 40 minuti circa, comunque fino a leggera doratura. 
Spolverizzate con zucchero a velo.




Dettaglio












martedì 22 dicembre 2015

...IL NATALE CHE MI TENTA...


"Priva di ricchezze materiali
Un pezzetto della mia anima
A te vorrei donare…
Non un oggetto che il tempo può usurare,
né un orpello del cui uso ti potresti stancare;
non un indumento che con il tuo gusto si potrebbe scontrare,
né un gioiello la cui esibizione potrebbe accecare;
ma un semplice pensiero…
un’idea da inserire tra le note dei tuoi pensieri
e da tessere tra i fili dei tuoi desideri…
un pensiero che parla di SERENITA’…
quel bene prezioso, ideale eppur bistrattato
che non ha un prezzo
non ha un costo
non ha contorni precisi
né motivi concreti,
ma che il nostro cuore sa ben riconoscere
quando dal niente
fa sorgere un sorriso…"

BUON NATALE!!!! 

Le luci del Natale a Como

Per la ricetta prima di Natale, vi suggerisco un dolce golosissimo…sempre vegan che può degnamente sostituire panettoni e pandori quando di questi, dopo i vari brindisi, non ne potete più
;-)

Tentazione al cioccolato e arancia

Ingredienti
250g di farine (kamutt, integrale, di farro e 2 cucchiai di fecola di patate)
120g di zucchero di canna
2 cucchiai di cacao amaro in polvere 
70g di olio di semi
80g di cioccolato fondente 
250 ml (circa) di latte di riso o di soia (io ho usato quello aromatizzato alla vaniglia)
Scorza grattugiata di 1 arancia grande 
1 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di aceto di mele

Procedimento:
Fate fondere a bagnomaria il cioccolato fondente.
In una ciotola setacciate insieme il cacao, la farina e lo zucchero. Grattugiate la scorza d’arancia e unitela alle polveri.
Unite un cucchiaino di bicarbonato sul quale verserete un cucchiaino di aceto di mele.
Quindi versate anche l’olio, il cioccolato fuso e il latte, aggiungendolo poco alla volta e mescolando bene.
Infine e infornate a 180° (meglio ventilato) per circa 40-45 minuti circa. Prova stecchino prima di spegnere.

Per la glassa: sciogliete a bagnomaria una tavoletta di cioccolato fondente con un filo di latte di riso e un filo di olio; versate sulla torta raffreddata. Fatela addensare poi a temperatura ambiente o in frigorifero.






mercoledì 25 novembre 2015

IL MALE...SUL CAMMINO DELL'UOMO...

Il fuoco deve scaldare non spegnere speranze
L’eco delle bombe e degli spari risuona in vallate rese aride dall’odio; nuvole di fumo si alzano dalla terra arsa; carcasse di ferro, palazzi distrutti, sirene lancinanti, lacrime, il dolore che deforma i volti di chi urla e che fa voltare per lo sdegno noi, spettatori inermi di tale scempio, che non abbiamo quasi il coraggio di capire, e cambiamo canale…
Questo è il male che veste di morte ogni cosa che incontra.
Questo è il quadro dipinto col sangue di uomini da altri uomini che hanno perso la loro umanità lungo quel cammino lastricato da prevaricazione e violenza.
E mentre politici di ogni schieramento e personaggi illustri di ogni orientamento si interrogano, incravattati attorno a tavoli di cristallo, davanti a microfoni aperti sul mondo e confortati da bottiglie di acqua minerale, sulle strategie da adottare per trovare una qualche ragionevole soluzione a questa apocalisse, altri uomini, armati di kalashnikov o muniti di qualche telecomando diabolico, mandano all’aria quotidianamente, in angoli spesso ignorati anche dalle cartine geografiche (o geopolitiche), propositi, buon senso e quelle briciole di umanità rimaste sul fondo delle tasche del mondo.
Ma quale rispetto della vita altrui ci si può aspettare da chi non ha rispetto nemmeno della propria vita?
Ovunque ci sono focolai di questa cattiveria: Paesi coinvolti in guerre, regioni e province autonome che lottano per l’indipendenza, gruppi ribelli che alterano equilibri o disequilibri che alimentano gruppi ribelli.
E’ il trapasso verso l’inferno? E’ il prezzo dell’impotenza davanti alla cattiveria umana che spesso può addirittura contare su mezzi, armi e lasciapassare, concessi e talvolta forniti sotto banchi sporchi e di ipocrita ignoranza?
La tentazione di cedere allo sconforto, alla rassegnazione passiva, alla disperazione, alla paura e all’angoscia è umana.
Ma a contrasto netto e dissonante con le barbarie di ogni tempo e di ogni luogo, mi metto davanti agli occhi il precetto della strofa didattica di Gajarati che fu il principio guida di Gandhi con l’aspirazione che dagli occhi possa penetrare nel mio spirito ancora così poco evoluto per non cedere a pensieri che mi trascinerebbero verso territori inquinati da quella stessa violenza e vendetta che mi ripugna:

“Per una scodella d’acqua,
rendi un pasto abbondante;
per un saluto gentile,
prostrati a terra con zelo;
per un semplice soldo,
ripaga con oro;
se ti salvano la vita,
non risparmiare la tua.

Così parole e azione del saggio riverisci;
per ogni piccolo servizio,
dà un compenso dieci volte maggiore.

Chi è davvero nobile,
conosce tutti come uno solo
e rende con gioia bene per male”.
(M.K.Gandhi, L’Arte di Vivere).

I panorami che vorremmo sempre vedere

Davanti a discorsi del genere, la fame passa. Ma questo è pur sempre un blog di cucina e allora lascio la penna e i pensieri pesanti sul tavolo e inforco posate e padelle per presentarvi la ricetta leggera di oggi.

Crema di zucca e patate con nocciole e aceto balsamico


Ingredienti:
-       zucca
-       patate
-       olio, sale, rosmarino
-       qualche nocciola
-       aceto balsamico

Preparazione:
Lessate le patate. Tagliate a pezzi la zucca e fatela cuocere in un tegame (col coperchio) con olio, sale, rosmarino e poca acqua.
Quando le patate e la zucca saranno cotte, frullatele insieme e amalgamate per bene e a fuoco basso eventualmente aggiungendo: a) un filo di latte di riso (o di acqua) se è troppo densa; b) un cucchiaio di fecola di patate se è troppo liquida.
Servite la crema di zucca e patate decorando con qualche nocciola spezzettata e un filo di aceto balsamico.




lunedì 9 novembre 2015

"ALASKA"

Locandina del film
“Quest’orrore della solitudine, questo bisogno di dimenticare il proprio io nella carne esteriore, l’uomo lo chiama nobilmente bisogno d’amare” (C. Baudelaire).

Il titolo dell’ultimo film di Claudio Cupellini, “Alaska”, una coproduzione italo-francese che vede protagonisti i bravissimi Elio Germano e Astrid Berges-Frisbey, ci trasporta come suggestione nelle lande ghiacciate non dell’omonimo territorio geografico, bensì in quelle che si formano sulla superficie di certe anime che, disperatamente sole, non possono che attraversare la vita arrancando come “morti di fame” (fame di vita), resi superstiti da una sorta di glaciazione che la vita e il destino gli hanno riservato.
Nadine è una modella svogliata che sta partecipando ad un casting in un hotel di lusso di Parigi, lo stesso albergo dove lavora come cameriere Fausto, un italiano che sogna di fare fortuna. I due si incontrano sulla terrazza dell’albergo davanti ai tetti di Parigi e si attraggono come calamite, non sapendo niente l’uno dell’altra, accomunati soltanto dal fatto di essere soli al mondo, fragili e ossessionati dall’idea di dover riscattare le loro vite. Il film non ci dice nulla del loro passato, ma ci fa intuire che i due, pur giovanissimi, sono già consumati dalla tristezza e dalla solitudine. Si cadono addosso per non cadere nei loro abissi individuali.
Neanche il tempo di scambiarsi un bacio e vivono la prima grande disavventura. Questa, a dispetto delle circostanze, anziché dividerli, li unirà come un collante ineluttabile. Il loro stare insieme è segnato subito dalla tragedia, presagio di un cammino lastricato dalla sofferenza e dal dolore; tuttavia sembra anche essere l’unico scopo della loro vita. Nadine e Fausto si seguono e si inseguono, influenzandosi a vicenda e a fasi alterne in maniera deleteria, anche a distanza di tempo e di spazio, passando attraverso galere, ospedali, notti all’Alaska, locale che Fausto apre in società con un altro povero affamato di vita, Sandro (Valerio Binasco), sogni infranti e crimini efferati.
Tutti i personaggi che hanno la sfortuna di incappare lungo il cammino di Fausto o di Nadine sembrano in realtà marionette al cospetto della follia che si nutre dei loro sogni: quello di lui di fare soldi, quello di lei di trovare uno scopo. Ogni volta che uno dei due sta per riprendere in mano la sua mano, compare l’altro a rimischiare le carte, creando liti, confusione e guai. Persino i reati più gravi sembrano diventare per loro gesti inevitabili, una sorta di prezzo da pagare per tentare di conquistarsi un’occasione.
Film tosto, l’ho trovato più la storia di una folle ossessione che di un amore folle.
Un film sull’inevitabile sciagura a cui vanno incontro due anime scheggiate che quasi pretendono l’uno dall’altra l’antidoto in grado di sciogliere il loro ghiaccio interiore; si scelgono non tanto per condividere il presente che entrambi sfiorano appena senza sentirsi mai pienamente parti attive, ma per poter delegare ad un ipotetico futuro la compensazione dei loro vuoti esistenziali.
Vi lascio segnalandovi la ricetta di un dolce che vi farà senz’altro riprendere dai vuoti del film…


Plum cake vegan al grano saraceno, mela e cannella 
Ingredienti:

-       250 gr di farina (mix tra farro e grano saraceno)
-       80 gr di zucchero di canna
-       ½ bustina di lievito bio per dolci
-       un pizzico di vaniglia
-       30 ml di olio di mais
-       125 ml circa di latte di riso (o un latte vegetale a scelta)
-       1 bustina di preparato bio “Senza uovo” (io l’ho trovato in erboristeria. È un mix di farina di ceci, amido di mais e farina di semi di carrube in grado di donare la giusta consistenza ai dolci vegani)
-       cannella in polvere
-       1 mela rossa
-       Semi di papavero

Preparazione
Innanzitutto occorre sciogliere il contenuto della bustina “Senza uovo” in 70 ml di acqua a temperatura ambiente. Poi aggiungete anche l’olio e il latte vegetale. Tenete da parte.
Riunite in una ciotola la farina, lo zucchero, la vaniglia, il lievito e la cannella.
Amalgamate questo composto con i liquidi e da ultimo aggiungete la mela tagliata a dadini molto piccoli. Otterrete un impasto piuttosto denso (nel caso sia eccessivamente denso, potete aggiungere un altro po’ di latte).
Versate in uno stampo da plumcake, spargete un po’ di semi di papavero sulla superficie e cuocete a forno caldo a 180^ per circa 30 minuti.





  


mercoledì 4 novembre 2015

IO CHE AMO SOLO TE

Locandina del film
C’è tanta Puglia nel nuovo film di Marco Ponti “Io che Amo solo te”: le sue spiagge, il suo mare, le costruzioni bianche di pietra e il vento di maestrale che quando arriva è in grado di scompigliare capelli, programmi, pensieri e desideri.
Il mare di Puglia
Ci sono gli scorci suggestivi di Polignano a Mare dove il blu del mare, del cielo e i colori in generale sembrano più vividi a contrasto con il bianco crema delle sue case e dei suoi scogli.
Un film dove a farla da padrona, con la “scusa” narrativa della organizzazione e della celebrazione del matrimonio dei due protagonisti, Damiamo e Chiara, interpretati da Riccardo Scamarcio e Laura Chiatti, sono quelle verità scomode che la maggior parte dei personaggi tiene ben nascoste sotto strati e strati di ipocrita discrezione o di malcelata accondiscendenza alle aspettative altrui.
Il film ci spinge, attraverso la rappresentazione, a volte ai limiti del parodistico*, della reazione a catena di impulsi emotivi e di istinti immediati che può innescarsi dal perpetuarsi delle menzogne e dalla negazione costante del proprio io e dell’altrui sentire, a riflettere sul valore dell’autenticità, sia essa familiare, individuale o sociale e su quanta libertà spesso neghiamo a noi stessi e a chi vogliamo bene con la scusa di non cadere vittime del pregiudizio della gente senza considerare che se noi per primi neghiamo certe verità, allora nessuno sarà mai in grado di emancipare noi (e per riflesso l’umanità) dalle spire di un certo perbenismo che si nutre dei più arcaici luoghi comuni e di falso moralismo. 
La sfida e il fulcro che personalmente ho voluto percepire nel racconto, infarcito di ansie, tensioni, rancori, nostalgie, malinconie, ma anche di speranze, sentimenti veri e riscatto, è la proiezione nel vero dei due protagonisti che, messi alla prova dai tranelli orditi dalle loro paure e dalle altrui interferenze, sono chiamati, a riscattare, oltre al proprio, anche un altro Amore, mai tramontato, quello tra la madre di lei e il padre di lui che trent’anni prima fu sacrificato per mancanza di coraggio nell’andare contro un certo perbenismo di paese.
I tempi sono maturi, nella Puglia di oggi (o ci si potrebbe chiedere in qualsiasi angolo del nostro Paese) per andare contro il chiacchiericcio facile, il pettegolezzo, il pregiudizio, le chiusure mentali?
La risposta pare emergere dalla superficie agitata del mare o dai folti e intricati rami di ulivi secolari: ogni storia va come deve andare, come è giusto che sia affinché ognuno abbia diritto, oggi, come ieri e domani, alla sua ventata di felicità autentica.   

* …come parodistico, spesso, è l’approccio chiuso e ristretto alla realtà da parte di chi rifiuta i cambiamenti e l’evoluzione sociale…

A proposito di coraggio e di azzardo, oggi vi propongo una ricetta adatta solo a chi riesce ad andare oltre, anche in cucina, agli abbinamenti tradizionali…

Risotto ai cachi 
Ingredienti: (le dosi dipendono dalla portata. Queste sono per 2)

- 140 gr circa riso
-       2 cachi piccoli morbidi
-       brodo vegetale
-       olio, sale, rosmarino
-       semi di sesamo e papavero
-       un pezzetto di cipolla (lasciata “in ammollo” a filetti in un filo di latte vegetale)
-       salsa di soia

Come prima cosa preparatevi e tenete da parte 400 ml circa di brodo vegetale.
Frullate i due cachi aggiungendo un filo di salsa di soia.
In un tegame versate 2 cucchiai di olio, aggiungete il riso e fate tostare. Poi man mano aggiungete il brodo vegetale e portate il riso a cottura.
A parte fate rosolate i filetti di cipolla nello stesso latte in cui li avete lasciate a macerare. Aggiungete i cachi frullati, qualche ago di rosmarino, due cucchiai di brodo e fate cuocere per 5 minuti circa.
Quasi a cottura ultimata del riso aggiungete la purea di cachi e mantecate.
Servite il riso decorando con semi di sesamo e papavero.
I non vegani lo apprezzeranno di più con una spolverata di parmigiano, facilmente sostituibile con un cucchiaio di formaggio cremoso veg o una spolverata di gomasio*.

* per gomasio leggi qui: https://it.wikipedia.org/wiki/Gomasio