martedì 11 novembre 2014

UMILMENTE...ALLIEVI E MAESTRI

Atmosfere zen autunnali
Penso che una delle prime qualità che rende grandi le persone sia l’umiltà. Non mi stancherò mai di pensarlo, di ripeterlo, e ripetermelo.
Purtroppo, invece, quella più diffusa è la presunzione.
Ci si sente “arrivati” dopo aver compiuto solo un passo in più rispetto all’inizio; ci si sente preparati sulla base di pezzi di carta che ci danno dei titoli, che ci cuciono addosso dei ruoli.
Per evolvere invece come persone, prima ancora che come manager, imprenditori o professionisti di ogni genere, occorre non sentire mai soddisfatta la sete del buon sapere, anzi che sia sempre attiva la volontà di rendersi sempre più simili a “se stessi”.
Eh sì, perché l’umiltà deve passare innanzitutto attraverso l’accettazione di quello che siamo, con i nostri limiti e i nostri talenti, senza avere paura dei primi e senza identificarci solamente nei secondi. 
Non bisogna mai considerare separatamente le proprie peculiarità. Anche mentre stiamo insegnando qualcosa a qualcuno, allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che, in altri mille ambiti, anche noi siamo degli allievi. Ed è così che ci sentiremo maggiormente in empatia con chi abbiamo davanti. Siamo tutti allievi e maestri al cospetto di quella grande esperienza che si chiama VITA.
Siamo così abituati a recitare dei ruoli, che spesso dimentichiamo che quello che più conta è nascosto sotto tonache, divise, abiti di lavoro. E allora può accadere che diventiamo sempre più simili a ciò che ci si aspetta da noi…e pian piano non abbiamo più il coraggio di essere e mostrarci per ciò che semplicemente siamo.
L’umiltà, oltre che una linea guida per sé stessi, è anche un segno di rispetto verso gli altri.  
A cosa serve ostentare una pur acquisita eccellenza? Ad accrescere l’ego? A sminuire chi è su quello stesso nostro cammino ma ancora è insicuro, indifeso, debole?
Quello che valiamo, come persone, non dipende mai dalle abilità che andiamo sbandierando. Si può essere persone eccezionali, pur essendo gli ultimi della classe. O viceversa, si può essere persone eccezionali essendo i primi della classe che, senza ostentare il proprio stato, danno una mano a chi invece si trova in difficoltà.
L’umiltà è una mano tesa verso gli altri, è un inchino alla grandezza e alla varietà dell’Universo, un atto di apertura verso insegnamenti sempre nuovi e necessari.

L’esperienza ha poco da insegnare se non viene vissuta con umiltà.
(Michelangelo)

E adesso umilmente vi presento un piatto semplice e gustoso. Spero che vi verrà voglia di prepararlo, anche con vostre eventuali varianti. I funghi hanno il sapore dell’autunno, dei boschi, delle passeggiate in mezzo agli alberi…sono un alimento ricco di sali minerali, di vitamine del gruppo B, di sostanze antiossidanti, povero in calorie (…ovviamente dipende poi da come li cuciniamo e dai condimenti che usiamo…) e da secoli i funghi sono ritenuti capaci di rafforzare il sistema immunitario.

Cupoletta di quinoa ai funghi porcini

Ingredienti:
-       quinoa
-       funghi misti
-       olio, sale, curcuma, prezzemolo
-       latte di riso aromatizzato al cocco

Preparazione:
Lessate la quinoa secondo le istruzioni e i tempi riportati nella confezione (in genere cuoce in 20 minuti. Bisogna sciacquarla e versarla in una dose di acqua bollente pari al doppio del suo volume. Per un gusto più esotico potete sostituire una parte di acqua con latte di riso aromatizzato al cocco). Tenete da parte o versate la quinoa in uno stampo.
In una padella versate un filo d’olio, mezzo spicchio d’aglio (ma si può anche omettere). Aggiungete i funghi, una spolverata di prezzemolo (io ho usato quello essicato in polvere), un pizzico di curcuma, qualche filettino di carota (a piacere) e lasciate cuocere.
Servite la cupoletta di quinoa con i funghi.



venerdì 17 ottobre 2014

PARADOSSI DEI TEMPI MODERNI

Postazione di lavoro 

A volte si leggono cose per le quali devi tornare indietro dopo poche righe per rileggerle di nuovo perché forse hai avuto un’allucinazione e non è vero ciò che credi di aver letto…e invece, tornando indietro, quelle parole, quei fatti (aberranti) sono ancora lì sotto ai tuoi occhi e pesano sullo stomaco come macigni.
A volte si tratta di tragedie inspiegabili…
A volte di paradossi della burocrazia o della politica sociale…
Altre volte di drammi della follia, della natura o della barbarie umana…
Ieri una notizia “raggelante” (in tutti i sensi):

“I due giganti della Silicon Valley, Facebook ed Apple si sono offerti di pagare il procedimento per consentire alle proprie dipendenti di congelare gli ovuli nell'eventualità che un giorno decidano di fare un figlio” (fonte: http://www.repubblica.it/tecnologia/2014/10/15/news/facebook_e_apple_pagano_il_congelamento_degli_ovuli_delle_proprie_impiegate-98151624/)

Per la serie “come comprare le scelte, il tempo, la vita privata e le opportunità” di una donna in una botta sola, cercando di abbindolarla a suon di benefit (anche se personalmente ho serie difficoltà a considerare agevolazione un’aberrazione simile…) e al prezzo di renderla schiava del padrone dal nome “carriera”, in virtù della quale si convince che sia possibile gestire qualunque orologio, quello biologico compreso.
Si dà per scontato che una donna abbia nel dna sia il sacro fuoco della carriera che un ineluttabile istinto materno da dover soddisfare, prima o poi. Ma chi l’ha detto?
Il propendere per un cammino fatto di conti, bilanci e cartellini orari oppure per un altro in cui essere semplicemente “mamma” potrebbe (e dovrebbe) essere frutto di una libera scelta.
E quand’anche una donna volesse realizzarsi in entrambe le dimensioni (e ne avrebbe pieno diritto), dovrebbe poter aspirare ad altre forme di tutela, perché una mamma lavoratrice è una figura che ha un ruolo importantissimo nell’ambito di una società per il solo fatto di esserlo, madre. Prima ancora del ruolo lavorativo che ricopre. E quindi  piuttosto che tirare fuori questa manovra ricattatoria, le aziende e l’intero sistema sociale, dovrebbero discutere seriamente di come poter attuare misure di sostegno alle madri lavoratrici. Invece tirano fuori questa assurda opzione surgelatoria: mettere nel congelatore la propria momentanea carriera o i propri ovuli??
Mah…
Tutte le donne, mamme, nonne che ci hanno preceduto, avranno strabuzzato gli occhi davanti a questa notizia dei tempi moderni, dove la scienza viene assoldata, ancora una volta, dall’egoismo per dare l’illusione dell’onnipotenza umana. I tempi, la natura, persino il nostro corpo non sono merci da gestire a proprio comodo e a proprio piacimento. Ci sarebbe prima di tutto un rispetto da coltivare per tutte e tre queste componenti. Ma forse…qualcuno pensa che anche questo possa essere congelato, in attesa che si risvegli una coscienza, personale e sociale, più lucida e consapevole??


Per alleggerire i toni, andiamo in cucina per questa ricetta che, in forma di boicottaggio simbolico per la notizia di cui sopra, prevede solo ingredienti freschi e non surgelati ahahhaha :-)

  Ingredienti:
- - quinoa 
- - zucchina, carota, patata e falda di peperone giallo
- - sale, erbe aromatiche a scelta e olio evo

Preparazione:
Lessate la quinoa in acqua leggermente salata (per ogni 70 gr di quinoa ci vogliono circa 150 ml di acqua). Per un gusto più deciso, potete aggiungere un filo di salsa tamari o shoya nell’acqua durante la cottura.
Una volta cotta (in circa 12/15 minuti), tenete da parte.
Tagliate a pezzetti molto piccoli zucchina, carota, patata e una falda di peperone giallo. Fate rosolare le verdure in una padella con un filo d’olio, erbe aromatiche a scelta e poco sale. Coprite con acqua, mettete un coperchio e fate stufare. Lasciate le verdure leggermente croccanti.
Condite la quinoa con le verdure, amalgamando per bene il tutto.


giovedì 2 ottobre 2014

RESPIRANDO

Tramonto presso i Templi di Paestum
...quando vorresti dire troppe cose, forse è il momento di dare voce al silenzio...quando vorresti fare troppe cose, forse è il momento di fermare l'azione...
Il nocciolo dello stress è quello: non sapersi fermare. E allora partono le corse, i tanti, troppi input che si vogliono inseguire, le mille aspettative da non deludere...che poi, spesso, le aspettative sono solo fantasmi creati dalla nostra mente “(iper)perfezionista”. Quando si riesce a mollare la presa, ci si imbatte in una scoperta sorprendentemente rassicurante: il mondo, la nostra vita, va avanti lo stesso, anche se ci togliamo quelle scarpe-da-corsa-tuttofare, se decidiamo di dimezzare gli appuntamenti, se rimandiamo quell’impegno pseudo urgente a domani, se anziché entrare nel turbinio isterico delle faccende scegliamo di adempiere ad un solo, essenziale, imprescindibile, compito: respirare.
Nei momenti in cui il corpo, la mente, tutto il nostro essere, sta rischiando il tilt, l’unica cosa di cui dovremmo occuparci è il nostro respiro. Accorgersi di esistere. In quei momenti, occorre solo riprendere contatto con la terra, sentire che i piedi sono ben piantati a terra, che abbiamo delle mani con cui sentire la nostra pancia, un naso con cui inspirare e una bocca dalla quale far uscire l’aria, oltre a tutta quella polvere che lungo le corse del quotidiano attiriamo sulle pareti del nostro corpo.
Lo so, lo so: facile a leggersi nei manuali di yoga o a dirsi, ma nella pratica è così difficile! E’ difficile eppure tanto banale interessarsi al proprio respiro. Lo abbandoniamo lì, come un qualcosa che è inserito con il pilota automatico e del quale non occorre preoccuparsi.
Solo quando si cominciano ad avvertire i disagi legati ad una cattiva respirazione (tensione all’addome, ansia, senso di confusione mentale, ecc.) ci si rende conto che quel pilota automatico, in realtà, ha bisogno del nostro intervento.
E non serve nemmeno chiudere il mondo fuori e stendersi su un tappetino (…anche se a volte è una bella cosa anche questo…) per imparare, man mano, a respirare bene; basta portare l’attenzione dentro questa semplice azione. Qualunque cosa si stia facendo, proviamo a non perdere il contatto con il nostro respiro, accompagniamolo affinchè esso, a sua volta, ci conduca verso un auspicabile stato di calma consapevole.

Attimi che tolgono il respiro (anzi che lo valorizzano ;-))
E a proposito di calma…vi propongo una ricetta che ha davvero bisogno di calma e di attenzione per la sua preparazione.
Pulire accuratamente le foglie della cicoria, lavarle una ad una, lessare e ripassare la verdura…non mi si venga a dire che non si può praticare meditazione anche cucinando...(purchè lo si faccia “essendoci”, respirandovi dentro)!! ;-)

Vellutata di lenticchie rosse decorticate con cicorietta saltata

Ingredienti:

-       lenticchie rosse decorticate biologiche
-       1 patata lessa
-       aromi
-       succo di limone
-       lievito alimentare secco
-       cicoria
-       olio, sale, peperoncino e semi di sesamo
-       salsa tamari o di soia

Preparazione:
Per la cicoria: dopo averla lessata, ripassatela in padella con olio, un pizzico di sale, peperoncino e semi di sesamo (io li aggiungo sempre verso la fine). Tenetela da parte e poi la adagerete sopra la vellutata.
Per la vellutata: dopo aver cotto le lenticchie rosse (in una pentola con acqua leggermente salata, cipolla e sedano. 2 volumi di acqua per ogni volume di lenticchie) e lessato la patata, frullate con il minipimer lenticchie e patata, aggiungendo aromi a piacere (io ho usato origano e mentuccia), succo di ½ limone, un cucchiaio di lievito alimentare secco e un filo di salsa tamari o di soia. Se occorre aggiungete un filo di latte di riso (se invece è troppo liquida stemperate con un cucchiaio di farina di riso o amido di mais) e impiattate con un filo d’olio extravergine di oliva.
Servite la vellutata con la cicoria ripassata e crostini di pane.



lunedì 23 giugno 2014

CENT'ANNI....

A cavallo della storia
Prendendo spunto da uno dei temi della maturità di quest’anno, appuntamento che ogni anno è in grado di risuscitare sensazioni sopite di ansia anche in chi quel traguardo l’ha già superato da un pezzo, ho provato a svolgere un esercizio di scrittura. Mantenersi in allenamento è un gioco e una sfida.

1914/2014

Cent’anni è un lasso di tempo davvero considerevole. Il premio nobel colombiano Gabriel Garcia Marquez, in un medesimo arco temporale, riuscì mirabilmente a narrare le vicende di ben sette generazioni nel suo romanzo “Cent’anni di solitudine”, uno dei più significativi della letteratura del Novecento.
Nel corso del ‘900, così come in ogni epoca storica, si sono susseguiti avvenimenti straordinari e importanti; vicende che, come zattere di esperienza umana, ci hanno traghettato proprio dove siamo arrivati adesso, sulla riva del 2014.
Dal 1914 al 2014 ne è passata di acqua sotto i ponti! Anzi migliaia di ponti, materiali e simbolici, sono stati abbattuti e poi ricostruiti in questi ultimi cento anni. Non solo opere di costruzione di strade, ferrovie e città, ma nel corso di questi cent’anni si è alzata, a volte lentamente a volte impetuosamente, una vera e propria onda di evoluzione che ha interessato ogni ambito di vita sociale e individuale proprio perché in ogni ambito c’erano sfide da cogliere e “maniche da arrotolarsi”.
All’indomani della fine della prima guerra mondiale lo scenario italiano era alquanto desolante: ogni cosa doveva essere rimessa al suo posto. C’erano industrie da convertire, debiti da pagare, malcontenti da sedare.
I focolai non risolti si tramutarono in un secondo incendio a livello mondiale.
I nostri nonni dovettero poi affrontare l’avvento del nazismo, assistere all’ascesa del fascismo; conobbero l’orrore dei campi di concentramento, diventando, per le generazioni successive, preziosi depositari di una memoria da non dimenticare.
Nella seconda metà degli anni cinquanta, a metà del percorso centenario che stiamo cercando di esaminare, iniziò la fase del miracolo economico: aumento della popolazione urbana, sviluppo dell’industria e forte fenomeno immigratorio interno dal Sud agricolo al Nord industrializzato. Purtroppo il rinnovamento tecnologico era ancora una lontana chimera e la questione sociale si deteriorava ulteriormente seminando scie di malavitosa risoluzione.
Dovettero arrivare gli anni Ottanta perché l’Italia potesse conoscere finalmente una fase di ripresa.
Fu in questo periodo che aumentarono i lavoratori autonomi e le donne occupate, il mondo intero assistette alla crescita statunitense; si diede avvio al rinnovamento tecnologico dell’industria e prosperavano i nuovi investimenti.
Forse, considerato come si è poi svolto il successivo ventennio e vista la situazione che ci troviamo a fronteggiare in questo momento storico, si trattò di una ripresa più apparente che reale, più di facciata, superficiale; un miracolo che non andò a incidere sugli assetti sostanziali della società.
Creò un benessere materiale che solo all’apparenza poteva diventare appannaggio di tutti.
Se dal punto di vista dell’evoluzione tecnologica possiamo considerarci sbarcati quasi su un altro pianeta rispetto a quello che conobbero i nostri antenati, dal punto di vista dell’evoluzione sociale e civile troppi passi da gambero hanno tenuto fermo il percorso verso la modernizzazione e la maturazione del nostro popolo.
A conti fatti, possiamo dire che cent’anni fa non si poteva dare nulla per scontato e per andare avanti era necessario che l’uomo, i singoli uomini, puntassero sul loro coraggio e sulla loro intraprendenza. Erano le singole eccellenze che dovevano darsi da fare per condurre la comunità verso nuovi traguardi. Ora che tutto viene dato per scontato perché tutto è apparentemente risolvibile e raggiungibile, almeno a livello individuale, occorre far leva sullo spirito comunitario per non disperdere ciò che la comunità umana ha saputo, in tutti questi anni, conquistare.
Se volessimo raffrontare le sfide di ieri e di oggi, quelle che l’uomo si trovava davanti cent’anni fa si chiamavano guerra, ricostruzione, fame, miseria, ignoranza, analfabetismo. Oggi, oltre a dover ancora fronteggiare questi mali universali, che inesorabilmente fanno parte del tessuto umano, di ogni epoca e di ogni luogo, l’uomo del 2014 deve inoltre affrontare gli effetti collaterali dei suoi stessi progressi: inquinamento, collasso urbanistico, speculazione, avarizia materiale.
Ogni epoca si porta appresso il suo bagaglio di conquiste, ma anche il fardello di ciò che non è stato fatto in maniera giusta ed equilibrata.
Ci sono cose che nel breve periodo danno grande risultato, ma nel lungo raggio rivelano le loro anomalie e debolezze.
Nel corso degli anni ci siamo resi consapevoli della grandezza del nostro patrimonio artistico e culturale, abbiamo sfruttato il nostro capitale di creatività e di saperi e questo ci ha permesso di essere presenti al tavolo delle maggiori potenze del pianeta.
Ma quelli che sono i mali e le vergogne ereditate dalla storia recente restano come macchie indelebili nel nostro tessuto sociale: la piaga della criminalità organizzata, le inefficienze dell’amministrazione pubblica, la litigiosità delle classi politiche, un fievole senso civico e la scarsa attenzione al rispetto dell’ambiente. 
Nel corso di questi cento anni, insomma, gran parte delle questioni vissute e affrontate dai nonni e dai bisnonni di oggi, rappresenta tuttora una sfida per i loro nipoti e per le generazioni alle porte. Marquez raccontava i “cent’anni di solitudine” di una famiglia segnata da un destino ineluttabile; noi potremmo raccontare i cent’anni di un popolo vissuto a cavallo tra grandi progressi ed eterna barbarie. Sono i cent’anni di un popolo che è caduto, si è rialzato, ha vinto ed ha perso, che ha conosciuto ogni sorta di vento politico, ha issato bandiere con ogni tipo di simbolo e coltivato speranze che sono poi quelle di ogni tempo. 
Sicuramente abbiamo molte più opportunità rispetto a quelle che c’erano cent’anni fa. Ma questo è nella natura stessa dei tempi e del progresso. E’ qualcosa che potremmo definire scontata, quasi banale. Non lo è, invece, la possibilità effettiva, concreta di mettere poi a frutto quelle opportunità per avanzare in termini di benessere generale e non soltanto elitario.
Ciò che fa la differenza è la capacità di fare in modo che quelle opportunità siano di tutti e che contribuiscano ad accorciare le disuguaglianze sociali e a creare maggiore benessere, non solo in termini monetari, ma anche in termini di qualità della vita e attenzione alla persona.
Da questo punto di vista ne abbiamo ancora molta di strada da compiere per arrivare, chissà, alle soglie del prossimo centenario con un bagaglio di occasioni più ricco e un fardello di errori meno pesante. Ma di questo ne potranno parlare solo le generazioni future.

Un libro importante
Dopo quest’esercizio di scrittura, direi che è giunto il momento di andare in cucina per prepararci una merenda o la colazione di domani…che ne dite di biscottini con farina di miglio, succo d’arancia e semi di sesamo? Senza latte, uova e burro…

Biscotti con miglio, arancia e semi di sesamo

Ingredienti:
-          4 cucchiai di farina di miglio
-          4 cucchiai di farina di farro integrale
-          ½ bustina di lievito biologico per dolci
-          4 cucchiai di zucchero di canna integrale
-          succo di 2 arance
-          2 cucchiai di semi di sesamo
-          50 ml di olio di semi di mais


Mescolate in una ciotola farine, zucchero, lievito e un pizzico di sale.
In un altro recipiente unite il succo d’arancia, l’olio e i semi di sesamo.
Versate i liquidi nelle farine e mescolate con cura, aiutandovi, per impastare bene, con altra farina.
Il composto è morbido. Va lavorato con delicatezza: prendete un po’ di impasto alla volta e ricavatene dei biscottini (nella forma che più vi piace…io ho fatto delle stelline). Se occorre aiutatevi aggiungendo altra farina. Infornate a forno caldo a 170^ per 15/20 minuti.


giovedì 12 giugno 2014

....RIMUOVERE LA POLVERE DALLE SUPERFICI...

...leggendo...
John Fante invitava a chiedere alla polvere ciò che non si riesce a ricevere dalla vita, dalle cose, dalle persone che ci circondano; forse essa è in grado di suggerire una risposta razionale e soddisfacente agli interrogativi umani?
Perché c’è ingiustizia nei sentimenti? Perché alcune persone si votano alla sofferenza? Perché esistono gli emarginati, il male, i terremoti, la miseria, la povertà? Perché un sogno non può essere trasferito nella realtà solo per mano dello scrittore che gli dà forma, voce e quindi forza?
Perché Arturo Bandini ama Camilla, che invece ama un altro uomo, tra l’altro immeritevole e che lo respinge?
In uno spazio compreso tra l’albergo sgangherato in cui vive, le strade polverose di Los Angeles e luoghi tanto squallidi quanto pregni di veridicità, e in un tempo che è quello della Grande Depressione, l’aspirante scrittore dà corpo ed anima a personaggi perduti e irrequieti, folli e disperati, e con essi interagisce, ora odiandoli, ora amandoli, ora inseguendoli, ora tentando di salvarli o di cancellarli, proprio come il deserto capace di spazzare via il ricordo col vento, il caldo e il freddo.
In ogni tempo, in qualunque città si trovi a vivere la sua esistenza…l’essere umano è continuamente esposto alla grettezza, sua e di coloro in cui inciampa, lungo il suo cammino.
La passione, l’ispirazione, la creazione letteraria possono supplire alla fame di risposte e al vuoto di fama dell’aspirante scrittore che qui diventa emblema dell’uomo che tenta, con tutte le sue forze e i suoi mezzi, di barcamenarsi nella giungla del vivere, alla disperata ricerca di un riscatto, di una rivendicazione sociale.
E se ciò che si desidera non lo si trova nella realtà…perché non inventarselo? Dentro ad un romanzo tutto può andare esattamente come vorremmo.  Ad una condizione: che a scriverlo siamo noi stessi, con la penna o con l’immaginazione.
E un romanzo può anche diventare un quadro, una musica, una poesia, un ricamo.
Un’esistenza di mera superficie è esposta al logorio del tempo; in più ci sono polveri sottili che ogni giorno si depositano dentro e fuori le pareti del nostro spirito. L’espressione artistica, quando propria ed autentica, è lo strumento in grado di donare colore, vivacità ed entusiasmo.  E’ l’universo parallelo dove coltivare  tutto ciò che ci dona energia per poi impiegarle in quest’altro nostro universo, che sta sopra e sotto i nostri piedi. 
Ora, tra una pagina e l’altra del vostro romanzo o tra un’ispirazione artistica e l’altra, che ne dite di stuzzicare qualcosa?
Anche in cucina può trovare sfogo la propria libera espressione.
Vi propongo delle polpettine di quinoa alle verdure e cupoletta di gelato ai ceci.


...cucinando...
CUPOLETTA DI GELATO AI CECI
Ingredienti:
-          1 confezione di ceci lessati
-          1 yogurt di soia al naturale
-          2 cucchiai di olio evo, un pizzico di sale
-          Limone
-          Origano

Basta frullare gli ingredienti e versare il composto nei pirottini di carta. Lasciate in freezer un quarto d’ora/venti minuti e poi servite, decorando con scorzette di limone e semini di lino e/o girasole.

POLPETTINE DI QUINOA
Ingredienti:
-          quinoa lessata
-          carote, zucchine, patate
-          pangrattato
-          lievito alimentare in fiocchi
-          erbe aromatiche
-          olio, un pizzico di sale
-          salsa tamari

Lessate la quinoa (per un tocco esotico, come liquido potete usare metà dose di acqua e metà dose di latte di cocco).  Vi consiglio di prepararla in anticipo (la mattina o anche la sera prima) così si amalgamerà meglio.
Lessate le patate. Quando cotte, sbucciate, schiacciatele e fate raffreddare.
Grattuggiate le carote e le zucchine. Fatele appassire in un tegame con un filo d’olio ed erbe aromatiche a scelta.  Insaporite con la salsa tamari.
Riunite poi la quinoa, le verdure e le patate in un ampio recipiente. Aggiungete il lievito alimentare in fiocchi. Formate delle polpettine, passatele nel pangrattato, ponetele in una teglia con la carta da forno e passatele in forno caldo per 10/15 minuti.  


lunedì 12 maggio 2014

...LA CURA DEI DETTAGLI...

Faraglioni di Capri

Presi come siamo dal traffico della vita quotidiana spesso ci dimentichiamo o ci sentiamo “costretti” a sorvolare sui dettagli.
Ma è proprio dentro a quei piccoli dettagli che risiede una grande opportunità: quella di mettere cura e attenzione in qualcosa per sentirci “centrati”.
E’ proprio nelle normali attività del vivere che potremmo concretizzare quell’aspirazione alla calma che il più delle volte invece deleghiamo solo a occasionali pratiche meditative o a momentanee esperienze di riflessione.
La sfida è riuscire a mantenersi concentrati anche mentre si sta svolgendo la vita “attiva” (non solo durante la sospensione volontaria di ogni attività). Nelle esperienze di lucida presenza, oltre a fare, ci accorgeremmo di essere.
Nel campo dell’alimentazione, trascurare i dettagli ci espone al rischio di accostarci ai cibi senza la dovuta attenzione e senza quella sana curiosità che una vera scoperta (o riscoperta) dei sapori richiede.
Mangiare frettolosamente, qualunque cosa capiti…”tanto per toglierci l’impiccio”…è un modus operandi che riempie sicuramente la pancia, ma non nutre lo spirito e a lungo andare ci priva di quelle emozioni che “il mangiar bene” (con cura, calma e interesse) ci può invece procurare.
Nella preparazione del piatto semplicissimo che vi propongo oggi, ho cercato di mettere in pratica questo principio e allora ho dato attenzione ai dettagli, alle luci, alla disposizione dei pochi ingredienti nel piatto…ho dato attenzione al mio pasto che si è dunque arricchito di un valore aggiunto: quello di averlo consumato con distensione e sappiamo quanto questo sia importante, (spesso al di là del contenuto stesso del piatto…ma questa è una nota personale…;-)), ai fini di una buona digestione.

Cena con atmosfere zen
Ingredienti:
-       Riso rosso integrale
-       Lenticchie lessate
-       Spinaci lessati
-       latte di riso
-       olio evo
-       un pizzico di sale
-       erbe aromatiche
-       limone


Lasciate il riso rosso integrale in ammollo per un’ora circa. Poi lessatelo in acqua leggermente salata, scolatelo una volta cotto (ci vorranno circa 20/25 minuti) e tenetelo da parte (per ogni dose di riso ci vogliono tre dosi di acqua).
Preparate il pesto di spinaci: frullate gli spinaci (precedentemente lessati) con olio, erbe aromatiche e qualche cucchiaio di latte di riso (o yogurt di soia bianco se lo volete più denso).
Scaldate le lenticchie con un filo d’olio, un pizzico di sale, un po’ di origano e qualche scorzetta di limone.
Servite il riso con il pesto di spinaci e le lenticchie.





mercoledì 19 marzo 2014

...AB ORIGINE...

Tramonto spoletino
…ci sono persone che arrivano a vergognarsi della propria origine…
…altre ne fanno motivo di vanto…altri la rinnegano…
Qualcun altro della propria origine arriva invece ad approfittarsene…
Poi c’è chi la rispetta ma riesce, nella sua personale evoluzione, a far germogliare il “nuovo” da un seme “antico”.
Nella giornata dedicata ai papà che sono, insieme alle mamme, la nostra origine (almeno qui, terrena) vorrei dedicare un pensiero alla tenerezza.
Quel moto dell’anima che, se lo accogli, ti può far commuovere…ti può far mettere nei panni dell’altro, ti predispone alla comprensione. La tenerezza soffia una brezza di primavera nell’aria spesso pesante e stagnante delle nostre stanze interiori.
La tenerezza vive nel pensiero di quell’abbraccio che spesso non hai il coraggio di elargire…si alimenta delle nostre intenzioni benevole, dei nostri propositi di pacificazione.
La tenerezza spesso è oscurata dall’orgoglio, dalla distrazione, dalla pigrizia.
La tenerezza è un bacio sfiorato, una zampetta che si protende, un sorriso sconosciuto, una difficoltà percepita, un messaggio sottinteso, un'emozione confessata.
Oggi la maggior parte delle persone investe le proprie energie nel rimandare agli altri un’immagine di sé il più possibile forte, sicura, determinata, magari anche poco vulnerabile. Non ci fermiamo mai a pensare a quanto, invece, potrebbe fare la tenerezza in termini di armonia generale.
Come non bisognerebbe mai vergognarsi delle proprie origini, sulle quali non abbiamo né colpe né meriti, così non bisognerebbe mai lasciar evaporare da noi i moti della tenerezza.
Essa ci viene sempre in soccorso per rendere la nostra vita più leggera, più morbida. Facciamoci trovare sempre con le braccia ben aperte per accogliere il suo abbraccio.

La ricetta che vi propongo oggi è un dolce che si colloca a metà strada tra la torta di mele e la crostata di frutta.
…un mix di consistenze che vi lascerà alquanto stupiti. Ringrazio la mia collega di blog “Merenda di Jessie” (http://merendadajessie.blogspot.it/) per avermi suggerito la ricetta di base che mi sono permessa di personalizzare.

Crostata vegan alle mele
Ingredienti:

Per il ripieno:
2 mele piccole o una grande(preferibilmente rosse)
2 tazze di acqua
¼ di tazza di amido di mais
¾ di tazza di zucchero di canna integrale
2 cucchiai di succo di limone
un cucchiaino di vaniglia in polvere
un pizzico di sale

Procedimento:
Preparate la frolla come nel post segnalato. Poi tagliate le mele a fettine sottili e irroratele col succo di limone. Versate l'acqua in un tegame e mettete sul fuoco a fiamma media. A parte mescolare lo zucchero di canna integrale, l’amido di mais, la vaniglia e un pizzico di sale. Aggiungete questa miscela all'acqua e fate bollire per qualche minuto mescolando continuamente. Aggiungete le mele e fate bollire a fiamma bassa per circa 5/6 minuti. Lasciate reffreddare questa miscela.
Stendete la frolla in una tortiera rivestita di carta da forno lasciando da parte un po' di impasto per le striscioline. Bucherellate la base con una forchetta e versare il composto alle mele. Decorate a piacere con le strisce di frolla ed infornate in forno preriscaldato a 180° per circa 30 minuti. Fate raffreddare e cospargete a piacere con zucchero a velo.